26 settembre 2006

Oggi si parla di eutanasia

L’argomento del giorno, portato alla ribalta dall’ennesimo caso estremo strumentalizzato dai radicali, sta provocando un nuovo attacco della dittatura relativista nei confronti dei cristiani. Come nel caso del referendum sulla legge 40, vorrebbero farci credere che solo i cattolici siano contrari alla cultura della morte, fortunatamente non è così, non ci sono solo motivazioni religiose per dire no all’eutanasia.

La paura della sofferenza è diventata una fobia che attanaglia la nostra società, ma fino a che punto? Fino al gesto estremo di gettarsi da un ponte? Fino al gesto estremo di sparare in testa a chi soffre?
Siamo veramente pronti, con i fatti e non solo a parole, a compiere questi gesti disperati? O forse abbiamo bisogno di immolare sull’altare prima Terry Schiavo e adesso Piergiorgio Welby per riuscire a credere veramente nel “dio ideologico e nichilista” professato dalla setta di Pannella.

I radicali sostengono appunto che il corpo di un malato a cui non è permessa l’eutanasia è come se fosse sequestrato da proprietari diversi da sé stesso. L’errore di fondo di questo ragionamento è che la vita e il corpo non sono “nostri” in ogni caso, che si creda in Dio oppure no, la vita ci è stata comunque donata, il donatore chiamatelo come volete: chiamatelo “Dio”, chiamatela “madre natura”, chiamatelo “caso” oppure chiamatelo “amore di una madre che partorisce con dolore”. Comunque vogliate chiamarlo è pur sempre un immenso dono d’Amore, come tale richiede in cambio il nostro attaccamento alla vita, non si può buttarla via, anche se non rispecchia gli standard esistenziali senza sofferenze che ci eravamo stupidamente imposti.

Non è solo una questione di prospettiva cristiana, dal punto di vista non credente ci sono due diversi modi di vivere la sofferenza: rifiutarla in ogni modo anche rinunciando alla vita stessa, oppure affrontare il dolore cercando di aggrapparsi alla vita fino all’ultimo. Per il cristiano invece il dolore dovrebbe essere qualcosa di diverso, la sofferenza diventa anch’essa un dono, un insegnamento difficile ma efficace per imparare ad amare, il malato infatti riceve amore da chi lo assiste e allo stesso tempo ridona amore in eguale misura. Non è raro sentirsi dire da un infermiere o da un volontario che è più l’amore che ricevono rispetto a quello che danno.

Mettiamo queste tre tipologie di reazione al dolore su tre letti vicini in una stanza di ospedale. Il primo non credente si chiuderà in se stesso maledicendo tutto e tutti e lasciandosi morire, il secondo non credente combatterà attaccandosi alla vita, stringendo i denti e cercando conforto nello sguardo amico del terzo che (grazie all’insegnamento cristiano) trasformerà la sofferenza in amore e riuscirà a creare un rapporto di reciproco sostegno con il suo vicino di letto.

Non sforzatevi per capire quale dei tre sia l’atteggiamento ideale, la risposta è scritta in una situazione analoga accaduta realmente 1970 anni fa, dove tre uomini erano bloccati con i loro corpi immobili nella sofferenza, non su tre letti di ospedale, ma su tre croci di legno.

8 commenti:

pequenito ha detto...

bellissimo articolo, ma lo hai scritto tu?

InOpera ha detto...

ma, sul discorso del dolore ci sono molte contraddizioni. nessuno vuole la terapia contro il dolore, per malati terminali per esempio, o con delle limitazioni ecc., ma per partorire, spesso si ricorre al cesario, anche quando non è necessario!!!
il motivo è ovvio...non si soffre! e penso sia una cosa naturale non voler soffrire.

l'eutanasia non so se sia una soluzione, una buona soluzione o una pessima soluzione. però mi chiedo e so che dei malati terminali nessuno si occupa, tranne la loro famiglia con tutto quello che comporta. rinuncia, sofferenza, dolore, spesa, limitazioni ecc.

allora, in qualche modo bisogna intervenire per la salvaguardia del malato e di chi gli sta intorno.

strutture per particolari, programmi terapeutici particolari, la psicologia per esempio e tante altre cose. il sostegno per la famiglia, sia economico che psicologico.

invece parliamo direttamente di eutanasia, favorevoli e contrari, quando nessuno se ne frega realmente di come stanno queste persone!

pequenito ha detto...

Grazie del complimento cara, lo dici sinceremante o solo perchè sei mia moglie?

Comunque sembra che me la suono e me la canto da solo se tu commenti col mio stesso nickname :)

pequenito ha detto...

Benvenuto Inopera,
sono perfettamente daccordo con te sul fatto che il dibattito è solo ideologico e non d'aiuto concreto al malato, la tua riflessione dimostra che l'eutanasia è solo una scorciatoia per tagliare la testa al toro. Perchè invece i radicali non propongono strutture per particolari programmi terapeutici? Forse perchè a Pannella non importa assolutamente nulla dei malati, tant'è che li sfrutta per farsi propaganda.

Non vedo invece le contraddizioni di cui parli sul discorso del dolore, almeno dal mio punto di vista il dolore non andrebbe mai cercato di proposito. Bisognerebbe fare tutto ciò che sia ragionevole per eliminarlo, se però non c'è modo di evitarlo, allora e solo in quel momento entrano in gioco le considerazioni fatte nel post.

Patty ha detto...

Concordo con tua moglie, bellissimo articolo davvero. Approfondisci l'argomento da un punto di vista che fa riflettere, non avevo mai fatto caso a come i tre condannati sul calvario riassumano esattamente i diversi modi di vivere la sofferenza, è una chiave di lettura molto interessante.

pequenito ha detto...

Benvenuta Patty,
sono contento che tu abbia colto il senso più profondo del mio post.
Tutte le vite di tutti gli uomini si ricapitolano nella vita di Cristo, tutte le sofferenze di tutti gli uomini sono racchiuse nelle sue sofferenze, tutte le reazioni al suo messaggio nel corso dei secoli sono racchiuse nelle reazioni di chi lo ha incontrato in quei 33 anni. Un mistero teologico profondissimo che non sempre si riesce a spiegare e a comprendere facilmente. Se ti va di approfondirlo ti consigio questo tema scritto da Madre Trinidad fondatrice dell’Opera della Chiesa. Questa donna è un profeta cattolico vivente che riesce a svelare i misteri del vangelo in maniera profonda ma allo stesso tempo semplice.

Patty ha detto...

Ho letto il tema da te proposto, semplicemente fantastico. Ora vediamo se riesco a esprimere ciò che ho capito attraverso un esempio calato nel mondo che più mi affascina e cioè quello informatico.
Paragoniamo gli uomini a una rete di vecchi processori pentium che elaborano ognuno le loro funzioni in un tempo medio di circa 70 anni. Uno di questi pc (chiamiamolo Emanuel) è collegato ad un computer quantico capace di elaborare tutte le funzioni di tutti i pentium in un solo istante. Il pc Emanuel grazie al processore quantico riesce quindi in soli 33 anni ad elaborare non solo le sue funzioni ma anche tutte quelle di tutti gli altri computer. L’elaborazione del processore quantico è istantanea, fulminea ma per dialogare con tutti gli altri pc più lenti servono comunque 33 anni all’interfaccia di Emanuel che deve bonificare tutti i virus della rete ed elaborare un nuovo protocollo di comunicazione (la Chiesa?) attraverso il quale tutti possono collegarsi istantaneamente al processore quantico.

Pechenito devo dirti che la lettura del brano per me non è stata una passeggiata.
Inizialmente ho pensato “e meno male che era semplice!”, però siccome sono tignosa non ho mollato e sono andata avanti finchè non sono arrivata a leggere questo punto che mi ha letteralmente illuminata:”Per vivere il mistero di Dio nella Chiesa non esiste altra distanza che il peccato”. Stamattina sono entrata nella chiesa più vicina e mi sono confessata dopo anni, poi ho ripreso in mano il tema e credo di averci capito molto di più.

pequenito ha detto...

Patty sono senza parole!
Tu in un giorno solo sei riuscita a capire ed esprimere quello che io cerco di fare mio da anni. Le cose sono due: o sei un autentico genio (ed io una capra) oppure stai vivendo un momento di grazia spirituale veramente straordinario!