29 settembre 2008

Giappone; Cattolico e campione tiro a volo: Paese riparte da Aso

Cattolico, nazionalista, ex sportivo, appassionato di manga, vanta una parentela con la famiglia imperiale e una lunga carriera politica. Questo l'identikit di Taro Aso, 68 anni, nuovo leader del partito liberaldemocratico (Pld) e, da mercoledì, primo ministro giapponese. L'assemblea dei grandi elettori del partito lo ha preferito largamente agli altri candidati, tra cui figurava anche Yuriko Koike. Ma se il Giappone dovrà aspettare per avere una donna alla sua guida, con Aso, invece, per la prima volta il Paese - a maggioranza buddista - avrà un cattolico come primo ministro. Aso è stato eletto con una chiara maggioranza, grazie al voto di 351 dei 527 membri del direttivo del partito. Prenderà il posto di Yasuo Fukuda, premier e leader del partito dimissionario. Aso, che ha partecipato alle Olimpiadi di Montreal 1976 nel tiro a volo, ha alle spalle una lunga carriera politica: tre anni dopo aver partecipato ai Giochi, la prima elezione in Parlamento; poi, ha ricoperto numerosi ruoli rilevanti nel partito - ma ha fallito la presidenza in due occasioni - e al governo, nel ruolo di ministro degli Interni, della Programmazione economica e, con Koizumi e Abe, degli Esteri. La passione per la politica è nel suo Dna: per via materna è pronipote di Toshimichi Okubo, uno dei padri della restaurazione imperiale, ed è nipote di un ex primo ministro, Shigeru Yoshida; è inoltre direttamente imparentato con la casa regnante, dal momento che sua sorella minore ha sposato il principe di Mikasa, primo cugino dell'imperatore. E' figlio del deputato e imprenditore Takakichi Aso, che gli ha lasciato in eredità l'Aso Group. Dal punto di vista ideologico è conservatore, dal punto di vista economico è moderatamente statalista, in controtendenza, dunque, con i neoliberisti Koizumi e Abe; una scelta mirata, l'unico modo, secondo il partito che guida il Giappone quasi ininterrottamente da 50 anni, per uscire dalla lunga crisi economica che attraversa il Paese, cui manca una guida politica stabile anche perché, alla Camera dei Consiglieri (la camera alta della Dieta giapponese), la maggioranza è detenuta dal partito democratico. [leggi tutto]

25 settembre 2008

La miglior macchina del mondo

video

Il sistema si basa su colonnette di ricarica, dove poter ricaricare le batterie elettriche della macchina. Queste aree sono predisposte in luoghi cruciali come posti di lavoro, parcheggi, ristoranti o abitazioni, in modo da garantire una costante ricarica per le batterie che hanno un’autonomia di circa 160 km.
Quando vengono effettuati viaggi più lunghi di 160 km apposite aree di servizio assicurano un cambio di batteria; queste aree, completamente automatizzate, assicurano un cambio di batteria rapido (più veloce di un normale pieno di benzina) e senza dover scendere dall’automobile.
Better Place cerca in questo modo anche di risolvere il problema dell’energia rinnovabile perduta in quanto non immagazzinata, sfruttando i momenti in cui vi è un surplus di produzione come nelle ore serali per accumulare l’energia nelle batterie.
Israele e Danimarca hanno già affermato che parteciperanno al progetto e sono le prime due nazioni ad aderire sebbene per motivi diversi: politici (non dipendenza dal petrolio nel primo caso) e di politica energetica (elevata dipendenza da energia eolica nel secondo). Ora sono ben accetti tutti gli altri paesi che vogliano fare parte di questo vantaggioso progetto nel quale sono direttamente coinvolte anche la Renault e la Nissan, che ovviamente forniranno le autovetture.
Naturalmente tutto ha un senso fino a quando l’elettricità viene prodotta con fonti rinnovabili ed è proprio questa la direzione – visto che per quanto riguarda la fase dell’uso una soluzione è stata ora trovata – che i vari governi dovrebbero seguire. [leggi tutto]

23 settembre 2008

Vendo sorellastra della Brompton

Spacciate come le sorellastre della Brompton, le gemelline Anastasia e Genoveffa dopo essere state assemblate a Taiwan ( come la Brompton) erano state trasferite in un negozietto sperduto di Madrid, proposte ai principi azzurri locali al prezzo di € 890 erano rimaste invendute e abbandonate, mentre la Cenerentola Brompton spopolava in tutta Europa viaggiando su treni navi e automobili tra le più lussuose.

L’unico a volere una delle sorellastre era il povero Pequenito che si rivolse alla loro mamma a Taiwan cioè la signora Flamingo, la quale gli disse che purtroppo spediva solo a rivenditori di bici e l’unico distributore europeo era appunto il carissimo Calmera in Spagna.

Pequenito allora contattò Calmera, questo rispose che le avrebbe fatte partire per l’Italia ciascuna al prezzo di 890 + 80 di trasporto. La cifra sembrò a Pequenito un po’ troppo alta, nonostante i suoi amici spagnoli parlavano molto bene delle sorelle Flamingo che sembravano avere addirittura qualcosa in più della Brompton, a motivo del loro cambio interno Nexus 7 rapporti.

Poi un bel giorno un fidato amico spagnolo disse a Pequenito:”Sabato vengo da Madrid a Roma in macchina con le gemelle che volevi tanto, te le affido al prezzo speciale di 750 euro l’una, se trovi altre persone interessate a loro ne posso fare arrivare altre direttamente da Taiwan e riportartele quando torno”.

Pequenito era felice come non mai, finalmente si era realizzato il suo sogno di una bici pieghevole identica ma un pò meno costosa della Brompton, anzi per certi aspetti addirittura superiore: 7 rapporti Nexus, cavaletto posteriore (che la brompton non ha), sella dr.Air gonfiabile, freni v-brake Trektro rx1, gancio blocca chiusura posteriore (che la brompton non ha), gomme antiforatura con Kevlar e infine quattro rotelle posteriori decisamente più grandi, robuste e funzionali rispetto a quelle della Brompton.

Come in una favola a lieto fine le rosse Anastasia e Genoveffa si mostrarono a Pequenito ancora più belle di ciò che lui poteva sperare, Genoveffa ora rimarrà per sempre con lui, rendendolo felicemente l’unico possessore (per adesso) in Italia di una fiammante Flamingo London 7nx.

Anastasia invece (nuova e semi imballata nella scatola) da oggi cerca su questo forum un principe azzurro, preferibilmente romano, che la voglia sposare per 750 euro. Per chi volesse venire prima a conoscerla contattate Pequenito che sarà felice di presentarvela di persona a Roma.

17 settembre 2008

Gli ebrei salvati da Pio XII

In un video che verrà proiettato martedì 16 settembre e che è parte dell’archivio della Fondazione PTWF, monsignor Ferrofino racconta dei telegrammi criptati che riceveva dal Pontefice Pio XII due volte all’anno, per richiedere i visti necessari agli ebrei che scappavano dall’Europa occupata dai nazisti.

Ogni volta che riceveva il telegramma, monsignor Ferrofino si recava dall’ora Presidente della Repubblica Domenicana, il generale Rafael Trujillo, per chiedere a nome del Papa 800 visti. Questa procedura accadde per due volte all’anno dal 1939 fino al 1945. Questo significa che, grazie a Pio XII, almeno 11.000 ebrei vennero imbarcati in Portogallo e salvati nella Repubblica Domenicana.

Per questo motivo, in una intervista rilasciata a “Radio Vaticana” il 20 giugno scorso, dopo l’incontro con il Pontefice Benedetto XVI per presentare il simposio, Krupp ha detto che “Pio XII ha salvato nel mondo più ebrei di chiunque altro nella storia”. [leggi tutto]

11 settembre 2008

Con Robinik per non dimenticare

tratto da www.robinik.net

Non è semplice raccontare ad una bambina cosa sia stato l’11/9. Eppure tutto intorno qualcosa sembra già raccontarlo. Forse è solo un’impressione ma NY qui è meno caotica, sicuramente meno chiassosa. Le persone camminano con un modo di fare “più raccolto”, come è raccolto il modo in cui ci si avvicina ad un dolore così forte.
Giusto il tempo di girare sulla Fulton St. e quello che vedo mi lascia senza parole. La cosa che colpisce di più di Ground Zero è l’aria. L’enorme spazio d’aria lasciato dai giganti caduti.

Entriamo nel WTC Path Station ed anche i bimbi smettono di parlare. Non che ci sia nulla di particolare. Alla fine per una persona che non sa cosa sia successo tutto quello che ci circonda sembra solo un cantiere. Memorial WTCMa cè qualcosa nell’aria, il silenzio delle persone, cosa inimmaginabile nella grande mela, che fanno percepire che qualcosa è successo e che la gente non ha ancora dimenticato.
Le persone che si sono recate qui hanno perso le parole. Ci sono solo volti coperti di stupore e rammarico. Sono passati sette anni ma ancora una spiegazione non la si trova. [leggi tutto]

08 settembre 2008

Una santa cattolica per il Darfur

In una polverosa chiesa a Jeberona campo per sfollati nei pressi di Kartum, i fedeli battono le mani e cantano sotto un ritratto di una donna sorridente che è diventata un centro di speranza per un paese diviso.


Giuseppina Bakhita, ex schiava che morì nel 1947, è passato dall’anonimato a diventare il primo santo dal Darfur nel Sudan occidentale, una regione sconvolta dalla guerra negli ultimi cinque anni.

"Io direi che è stato un dono di Dio ... un'offerta da parte di Dio", ha detto Daniel Adwok, vescovo ausiliare della chiesa cattolica di Khartoum. "Lei è arrivata proprio per il conflitto in Sudan."

La Chiesa cattolica ha canonizzato S. Bakhita nel 2000, tre anni prima della data di inizio del conflitto nel Darfur. Allora nessuno ha dato molta attenzione alla sua città natale, un oscuro villaggio nella remota regione occidentale.

Qualcosa è cambiato quando è scoppiata la guerra intorno alla sua vecchia casa.

Da allora, le autorità della Chiesa dicono che i cattolici del Sudan hanno diretto le loro preghiere a lei per porre fine al conflitto nel Darfur.

In Jeberona, la chiesa parrocchiale è un susseguirsi di canti in onore di S.Bakira innalzata come un esempio di grazia e di perdono in questi tempi difficili.

Quasi tutti i membri della chiesa sono profughi della guerra civile tra nord e sud che ha infuriato per decenni fino al fragile accordo di pace nel 2005. Per loro, la donna che ha dato il suo nome alla loro parrocchia è stata fonte di conforto e di ispirazione.

"Eravamo appena arrivati qui tutti insieme," ha detto il quarantenne Carisio Yusuf Ugale. "Le condizioni erano terribili. Così ci siamo rivolti a lei e l’abbiamo invocata a causa delle sofferenze che aveva subito".

Mata Hassan, di 24 anni, fuggita dal Sudan centrale nei Monti Nuba, al centro di alcune dei più brutali combattimenti nel conflitto tra nord e sud: "Lei mi ha insegnato ad essere umile", ha detto. "Stiamo tutti pregando per la sua intercessione a Dio che ci dia la grazia per trovare il perdono per il Darfur e per tutti i conflitti in Sudan."

Al di fuori, i bambini giocano a calcio sotto un enorme murale del volto della santa accanto alle aule di calcestruzzo della scuola nella parrocchia di S. Bakhita.

Nell’ovest lontano, nella sua regione natale del Darfur, la popolazione nei campi di sfollamento è prevalentemente musulmana: pochi hanno sentito parlare della santa.

Tuttavia, la sua fama si è diffusa altrove.

A Juba, capitale del Sudan del sud, prevalentemente cristiana, il suo volto appare su cappelli, portachiavi, scudetti ed è stampata a colori vivaci vivaci sui panni indossati dalle donne del sud.

I missionari hanno dato il suo nome ad stazione radio e la libreria cattolica della citta vende DVD e libri sulla sua vita.

RAPITA DA COMMERCIANTI DI SCHIAVI -

Bakhita nacque nel 1869 da una importante famiglia di Ongolossa villaggio nella regione occidentale di Jabel Marra nel Darfur. All’età di sette anni fu rapita da commercianti di schiavi quando era giovane. Aveva avuto un susseguirsi di diversi padroni che la maltrattarono e marchiarono, fino a quando lei fu acquistata da Callisto Legnani un diplomatico italiano a Khartoum.

Egli la portò in Italia dove ha infine aderito ad comunità di suore, dove ha vissuto fino alla sua morte.

Documenti della Chiesa testimoniano che era famosa per la sua gentilezza e perdono, offrendosi a baciare le mani dei commercianti di schiavi che l’avevano catturata, se mai li avesse incontrati di nuovo.

I suoi devoti italiani iniziarono una campagna perché fosse riconosciuta come santa poco dopo la sua morte l’8 febbraio 1947.

Quando fu canonizzata, è diventata la prima santa nata in Sudan. Il papa Giovanni Paolo II l’ha definita "un brillante avvocato di vera e propria emancipazione" e una "sorella universale" di lei durante la beatificazione ha detto:” Elevata ora all’onore degli altari e posta come esempio davanti alla Chiesa intera, la beata Giuseppina Bakhita, nella sua umiltà e nel suo totale abbandono in Dio, ci insegna non soltanto a lavorare e a pregare, ma soprattutto a confidare. Dalle sue dolorose vicende aveva imparato, con la grazia di Dio, ad avere completa fiducia in Lui, che è presente sempre e dappertutto, e ad essere, pertanto, costantemente e con tutti buona e generosa. Sempre lieta e serena, compiva con gioia il suo dovere, accettando, infine, con coraggio e rassegnazione anche la lunga e penosa malattia, senza mai lamentarsi e senza mai parlare male di nessuno. Così essa diceva: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare le loro mani, perché se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa”. Vedeva, cioè, la mano provvidenziale dell’Altissimo, che guida e sostiene la storia umana, non abbandonando mai chi a Lui si affida, anche se molte volte consente che egli passi attraverso avvenimenti oscuri e impenetrabili. Alla luce della Grazia, Suor Giuseppina Bakhita aveva scoperto che “non è importante quello che sembra tale, ma quello che vuole il Signore”. Ora la beata Giuseppina Bakhita ci sta ancora più vicino con il suo esempio e la sua intercessione. Quando a 78 anni, l’8 febbraio 1947, ella si spense, le sue ultime parole furono: “La Madonna! La Madonna!”, mentre sorridendo entrava nell’eternità. Seguendo l’esempio della sua devozione a Maria Santissima, invochiamo in modo speciale, durante il mese di maggio, l’aiuto della Nostra Madre celeste per rimanere fermi nella nostra fede e insieme operosi sempre nell’esercizio della bontà e della carità!”

Di lei parla ampiamente anche Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi:” “Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall'incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L'esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all'africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All'età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all'avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un « padrone » totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava « paron » il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal « Paron » supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre ». Ora lei aveva « speranza » – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era « redenta », non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo « Paron ». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L'8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l'incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l'aveva « redenta », non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti” (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 3).”

Anche se i musulmani potrebbe non conoscerla, lei potrebbe ancora avere un effetto positivo nella regione, ha detto Jangara.

"Il perdono è una cosa umana. Esso non è solo una cosa cristiana. La cosa importante è che la sua storia dovrebbe essere conosciuta nel Darfur", ha detto il sacerdote, che sta scrivendo un libro sulla sua vita.

"Finchè non torniamo a chiedere a Dio misericordia e perdono, così da poter toccare il nostro cuore a perdonarci a vicenda, non saremo in grado di trovare una soluzione per il problema del Darfur o del Sudan meridionale in generale."

Poteri di intercessione

Le stime sul numero di cattolici in un paese dominato musulmano vanno da meno di due milioni a più di cinque milioni su una popolazione totale di circa 40 milioni, la maggior parte di loro a sud.

Come con tutti i santi cattolici, vi è una forte convinzione nel suo potere di intercessione - la sua capacità di fare appello a Dio a nome di altri.

"Se vi sono buoni cambiamenti nel Darfur, è a causa della sua intercessione. Speriamo in lei per portare la pace sulla terra", ha detto il seminarista Giuseppe Okanyi.

I cattolici in tutto il Sudan la vedono come un modello per una generazione emergente da decenni di guerra civile. Recentemente, il conflitto nel Darfur si è aggiunto nelle loro preghiere a lei rivolte.

Il vescovo Adwok conferma non è un caso quanto ha fatto S.Bakhita.

"E 'provvidenza", egli ha detto, seduto nel suo ufficio sulle rive del Nilo a Khartoum, con un piccolo adesivo S. Bakhita sulla porta dietro di lui.

"Dobbiamo sempre pregare per la popolazione del Darfur. ... E sempre a lei, come una figlia del Darfur, una figlia del Sudan. Ci deve assistere nel tentativo di calmare i cuori di coloro che sono coinvolti in quel conflitto ".

04 settembre 2008

Sarah Palin: The "right" choice

Scritto da Cristoforo Zervos

Il New York Times ha scritto pochi giorni fa: “Che succede ai repubblicani che candidano una donna? Sono usciti di senno?A che gioco stanno giocando? Cosa vogliono dimostrare?”. Le parole di Hillary Clinton (“Questa candidatura della Palin è storica”) ci hanno anche confermato – semmai ce ne fosse ancora bisogno – che la ritrovata unione dei democratici, tanto sbandierata durante la convention democratica, non esista. Troppe però le inesattezze ed i colpi bassi verso la governatrice dell'Alaska partiti dai media e dai bloggers democratici. Altro non è stato se non la riprova del disorientamento dei liberal, con Obama indaffarato a smentire le voci di un suo coinvolgimento nella diffusione delle voci contro la candidata di McCain . Sono state smentite, ad esempio, le insinuazioni che la Palin fosse iscritta al Partito Indipendentista alaskano. E come non evidenziare le falsità rispetto a presunti tagli fatti su fondi riservati alle donne incinta minorenni? I Gossip e le insinuazioni sulla dolce attesa della figlia; gli attacchi sul famigerato “bridge” - un finanziamento per un ponte considerato inutile verso un'isoletta dell'Alaska che due anni fa diventò simbolo degli sprechi del Congresso (votato da Obama e non dalla Palin come erroneamente scritto da alcuni media americani) – sono il simbolo di una campagna elettorale ormai entrata nel vivo, con i democratici sempre più in apprensione davanti alla nuova figura di Sarah. Serena e risoluta, la Palin è stata se stessa davanti ai delegati, presentando la sua splendida famiglia, sottolineando e rimandando al mittente gli attacchi gratuiti e studiati a tavolino di questi giorni.

Energia, tasse ed economia i suoi cavalli di battaglia, oltre ad un inaspettato ma efficace attacco ad Obama: “Il viaggio di Washington non deve essere un modo per affermare se stessi. Non si parla – ha detto La Palin - in un modo a Scranton e in un altro a San Francisco”, in riferimento ad una uscita infelice (non l’unica) di Obama di qualche tempo fa. Molte sono state anche le citazioni su John McCain, l’unico capace, secondo Sarah, di poter portare un reale cambiamento nel paese: "In politica, ci sono alcuni candidati – ha sottolineato la Palin – che sono soliti promuovere il cambiamento, più per far avanzare la loro carriera. E poi ci sono quelli, come John McCain, che utilizzano la loro carriera per promuovere il cambiamento. Ho imparato in fretta in questi giorni – ha continuato la Palin – che se non sei un membro in regola della élite di Washington hai poche possibilità di fare strada. Ma una cosa devo dire a tutti voi – ha concluso la governatrice – io non sto andando a Washington per chiedere il vostro supporto o per avere del tornaconto personale. Io vado a Washington per servire il popolo di questo paese.” Dopo i nomi dell'ex amministratore delegato di eBay, Meg Whitman e dopo l’ex Hewlett-Packard CEO, Carly Fiorina anche Sarah Palin entra di diritto, e dalla porta principale, a far parte del nuovo entourage di John McCain, il quale sta tingendo sempre più di “rosa” la sua corsa alla Casa Bianca, fino ad oggi – almeno a parole – caratteristica principale del partito democratico.

Anche in questo McCain ha dimostrato il suo essere sempre “sopra le righe” ed in grado, nonostante il partito, di essere un atipico in positivo. Novità importanti per un partito come quello repubblicano che di tutto aveva bisogno tranne che di ricordare il percorso degli otto anni di amministrazione Bush. Difficile dar torto alle parole di McCain, accorso sul palco alla fine dello speech: “Don’t you think we made the right choice for the next vice-president of the United States”? Probabilmente da oggi ne siamo tutti un po’ più convinti. Sul Wall Street Journal un lettore ha scritto questa lettera: “Meno di 45 anni, amante della vita all’aria aperta, riformatore repubblicano che s’è messo contro l’establishment del partito, con molti figli e un posto da candidato vicepresidente dopo solo due anni da governatore. Ecco descritti Theodore Roosevelt nel 1900 e Sarah Palin nel 2008”.[leggi tutto]

03 settembre 2008

Sudan: cresce la tensione nei Monti Nuba

Scritto da Elisa Arduini

Negli ultimi giorni e dopo un breve relativo periodo di calma le tensioni si sono riaccese. La minoranza araba, armata e finanziata da Khartoum, sta cercando con la violenza di espellere la maggioranza Nuba verso il sud, situazione questa che sembra la fotocopia di quanto sta avvenendo in Darfur. Di contro i Nuba, armati da Juba, rispondono alla violenza con la violenza, provocando così uno stillicidio di piccoli scontri armati che rischiano di far degenerare la situazione. Infatti Khartoum ha deciso di inviare i propri militari per difendere gli arabi che, a suo dire, vengono fatti segno di “pulizia etnica” da parte dei Nuba. Altrettanto, ma per motivazioni esattamente opposte, ha fatto Juba inviando i propri militari a difesa dei Nuba.

Il rischio concreto è che i due eserciti vengano a contatto come è successo poco tempo fa quando intorno alla città di Abyei ci fu una vera e propria battaglia che durò un paio di giorni, battaglia che fece pensare seriamente a una ripresa delle ostilità tra nord e sud e che provocò le momentanee dimissioni da vice presidente del Sudan di Salva Kiir e di tutti i deputati del sud dal Parlamento di Khartoum. Allora si riuscì a trovare un “momentaneo compromesso” che fece rientrare nei ranghi sia i due eserciti che i politici sud-sudanesi. Tuttavia quel momentaneo compromesso non chiarì lo status del Kordofan che al momento rimane sospeso tra nord e sud.

Ora la situazione sta di nuovo degenerando e il rischio di un nuovo Darfur è molto concreto. Solo che questa volta a contrapporsi ai militari di Khartoum e ai pastori nomadi arabi, cugini dei janjaweed, non ci sarebbero gruppi disorganizzati di ribelli, ma un vero e proprio esercito addestrato e ben armato. Sarebbe guerra totale come lo fu per oltre venti anni prima del 2005.

Proprio pochi giorni fa Andrea Pompei scriveva di come il Sud Sudan sia uscito dalla fase critica dell'emergenza post-bellica , per questo è necessario risolvere immediatamente e pacificamente la questione del Kordofan, mettendo il nord e il sud allo stesso tavolo e cercando di trovare un compromesso che accontenti tutte due le parti in causa. L'alternativa e la guerra con relativo annullamento di tutti i risultati conseguiti fino ad oggi nel Sud Sudan [leggi tutto]