24 giugno 2008

Sud Sudan: rapporto a tre anni dalla pace

Viene rilasciato oggi da Secondo Protocollo il rapporto 2008 sulla situazione attuale in Sud Sudan a poco più di tre anni dalla firma del trattato di Nairobi che sancì la fine di una guerra durata 21 anni e che fece milioni di morti e di sfollati.

Nel rapporto si legge che, nonostante gli sforzi, la situazione in Sud Sudan non è ancora quella che si sarebbe immaginato una volta finita la guerra. Rimangono purtroppo moltissimi punti da sistemare specie per quanto riguarda lo sviluppo economico e sociale e per quanto concerne il rispetto dei Diritti Umani.

E' vero che il Governo di Juba ha incontrato durante questi tre anni diverse difficoltà, a partire dalla morte del suo personaggio più carismatico, John Garang, avvenuta in un incidente aereo ancora avvolto nel mistero il 30 luglio 2005, mentre il Dott. Garang tornava da un viaggio in Uganda. Ma anche la non totale applicazione di quanto stabilito dal trattato di pace di Nairobi da parte del Governo centrale di Khartoum, una inottemperanza che ha fatto mancare alle casse sud-sudanesi diversi milioni di dollari destinati allo sviluppo.

Tuttavia non si possono non notare anche diverse colpe della dirigenza sud-sudanese specialmente per l'allegra gestione dei fondi provenienti dai Paesi donatori, anche se molti di questi non hanno ottemperato alle promesse fatte durante la prima conferenza dei donatori per il Sud Sudan del 2005, quando vennero promessi 5,4 miliardi di dollari.

Rimane esplosiva la situazione per quanto concerne la divisione delle risorse e il controllo delle aree petrolifere, una situazione che rischia di far sprofondare di nuovo il Paese in un conflitto di vasta portata.

Il rapporto è stato redatto da Elisa Arduini con la collaborazione di Andrea Pompei e di Claudia Colombo ed è scaricabile nella versione integrale a questo link.

12 giugno 2008

La chiesa più antica del mondo


Scoperta in Giordania la chiesa più antica del mondo
L’annuncio è di un team di archeologi, secondo i quali la chiesa trovata sotto quella di San Giorgio a Rihab sarebbe la prima di tutta la cristianità. La sua costruzione è collocabile tra il 33 e il 70 d.C.

Amman (AsiaNews) – La più antica chiesa del mondo si trova in Giordania. La scoperta è di un gruppo di archeologi, ed è stata resa nota dal Jordan Times. Secondo i ricercatori, la chiesa risale ad una data collocabile tra il 33 e il 70 d.C. “Crediamo si tratti della prima chiesa al mondo”, dichiara Abdul Qader al-Husan, capo del Jordan's Rihab Centre for Archaeological Studies. La chiesa è situata sotto la già nota San Giorgio (230 d.C.) a Rihab, nel nord del Paese, vicino al confine siriano.

L'archeologo ha conferma che la Chiesa è stato usata come luogo di culto per tutto il primo secolo successivo alla morte di Cristo e che in essa sono evidenti i segni degli antichi riti religiosi effettuati dai primi cristiani.

Secondo Husan, “ci sono prove che la chiesa scoperta ha ospitato i primi cristiani, i 70 discepoli di Gesù”. Questi, fuggiti dalla persecuzione di Gerusalemme, avrebbero riparto nelle chiese della Giordania settentrionale, aggiunge l’archeologo. Citando poi fonti storiche, suggerisce che il gruppo ha vissuto e praticato la fede nella chiesa sotterranea per lasciarla solo dopo che l’Impero romano abbracciò il cristianesimo (313 d.C.).

All’interno della cava sono presenti alcuni sedili di pietra, probabilmente destinati al clero, e un’area circolare che fa pensare all’abside. Un profondo tunnel, invece, conduceva ad una fonte d’acqua.

Il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi greco-melkita, Nektarious, definisce la scoperta “un’importante pietra miliare per i cristiani di tutto il mondo”. Rihab conta in tutto 30 chiese. Secondo Husan, sia Gesù che Maria erano passati in questa zona.

05 giugno 2008

Ahmadinejad e cultura Basiji, tra orrori del passato e apocalissi future

Ahmadinejad gongola della sua alleanza con i Basiji. Appare in pubblico indossando il foulard bianco e nero tipico del Basiji e, nei suoi discorsi, esprime costanti apprezzamenti nei confronti della “cultura Basiji” e “del potere Basiji”, attraverso il quale “l’Iran odierno fa sentire la sua presenza sulla scena diplomatica internazionale”. L’ascesa di Ahmadinejad con l’appoggio del Basiji significa che la Rivoluzione iraniana, lanciata quasi trent’anni fa, è entrata in una fase nuova e inquietante. Una generazione di iraniani più giovani, la cui visione del mondo fu
plasmata durante le atrocità del conflitto fra Iran e Iraq, è giunta al potere, brandendo un’impostazione ideologica della politica più fervente rispetto a quella dei suoi predecessori.
I figli della Rivoluzione ne sono oggi diventati i capi.

I Basiji, un movimento di massa creato da Khomeini nel 1979 e militarizzato dopo lo scoppio della guerra al fine di integrare le fila del suo esercito assediato. I Basiji Mostazafan, o “mobilitazione degli oppressi”, erano una milizia volontaria, i cui membri erano ancora minorenni. Entusiasti e numerosi (a migliaia) marciavano verso la loro fine. I giovani sminavano i campi con i loro stessi corpi.

Il sacrificio dei giovani del Basiji era orrendo. Ma oggi non è motivo di onta per la nazione, bensì di orgoglio. Dalla cessazione delle ostilità contro l’Iraq nel 1988, i Basiji sono diventati sempre più numerosi e influenti. Sono stati utilizzati come squadra del buoncostume per far rispettare la legge religiosa, mentre le “unità speciali” del movimento sono state impiegate come truppe d’assalto contro le forze dell’opposizione. Nel 1999 e 2003 i membri del Basiji furono utilizzati per reprimere le proteste studentesche. Nel 2005 rappresentarono lo
zoccolo duro della base politica che portò alla presidenza Mahmoud Ahmadinejad, istruttore ai giovani Basiji durante il conflitto.

Questo “educatore speciale” visitava le scuole e sceglieva personalmente i martiri durante le esercitazioni paramilitari obbligatorie per tutti i giovani iraniani. I film propagandistici, come il film per la tv del 1986 intitolato “Un contributo alla guerra”, celebravano questa alleanza fra gli studenti e il regime e ostracizzavano i genitori che cercavano di salvare la vita dei propri figli. Alcuni genitori, tuttavia, erano invogliati con incentivi. L’arruolamento nei Basiji rappresentava per i più poveri un’opportunità di progresso sociale.

La principale tattica di combattimento adottata dalla milizia Basiji era l’attacco con l’onda umana: bambini e adolescenti poco armati avanzavano verso il nemico perfettamente allineati lungo righe continue. Poco importava se cadevano sotto il fuoco nemico o innescavano le mine con il loro corpo: la cosa essenziale era che i Basiji continuassero ad avanzare, calpestando i brandelli mutilati e lacerati dei compagni caduti, procedendo inesorabilmente verso la propria morte, come un’incessante onda umana. Una volta aperto un varco verso le forze irachene, i comandanti dell’esercito iraniano inviavano le loro truppe più addestrate e preziose, quelle della Guardia rivoluzionaria.

Ogni Basiji deve “comprendere che è un ‘guerriero di Dio’, per cui la gratificazione e il senso di realizzazione non vengono tanto dal risultato dello scontro, quanto dal fatto di parteciparvi”.

La figura misteriosa in grado di scatenare tante emozioni è quella dell’“imam nascosto”, un personaggio mitico che ancora oggi influenza i pensieri e le azioni di Ahmadinejad. Gli sciiti chiamano imam tutti i discendenti maschi di Maometto e attribuiscono loro una natura semidivina. Hussein, ucciso a Karbala da Yazid, fu il terzo imam. Suo figlio e suo nipote il quarto e il quinto. Alla fine della discendenza, c’è il “dodicesimo imam”, di nome Maometto. Alcuni lo chiamano Mahdi (“colui che è guidato da Dio”) mentre per altri è l’imam Zaman (da sahib-e zaman, “il guardiano del tempo”). Nato nell’anno 869, fu l’unico figlio dell’undicesimo
imam. Nell’874 scomparve senza lasciare traccia, ponendo termine alla discendenza di
Maometto. Secondo la mitologia, il dodicesimo imam sopravvisse. Gli sciiti credono che si sia ritirato dal mondo all’età di cinque anni, e che presto o tardi emergerà dal suo “nascondiglio”
per liberare il mondo dal male. Secondo la tradizione sciita, un governo islamico legittimo potrà esistere solo dopo che il dodicesimo imam sarà riapparso: fino a quel momento gli sciiti devono limitarsi ad attendere, mantenere la pace con il governo illegittimo e ricordare il nipote del Profeta, Hussein.

Ahmadinejad crede che questi eventi siano prossimi e che gli uomini che vivono attualmente sulla terra possano influenzare i tempi del piano divino.

La prospettiva di vedere armi nucleari in mano a quest'uomo è terrificante. La domanda non posta è la seguente: Ahmadinejad sta cercando lo scontro con l'Occidente perché si ritiene protetto dal ritorno imminente dell'Imam Nascosto? Oppure sta forse cercando di provocare il caos in modo da accelerare i tempi del suo ritorno? Il sospetto strisciante resta comunque che il Presidente iraniano voglia forzare lo scontro con l'Occidente per poter così ravvivare lo spirito della rivoluzione islamica ed allo stesso tempo accelerare i tempi del ritorno dell'Imam Nascosto."

Uno dei primi atti compiuti dal nuovo governo iraniano è stato quello di donare 10 milioni di sterline alla moschea di Jamkaran, una popolare meta di pellegrinaggio dove i fedeli lasciano in un luogo santo i propri messaggi diretti all'Imam Nascosto. Alcuni voci diffuse sostengono che Ahmadinejad e il suo governo abbiano siglato un "contratto" nel quale si impegnano a lavorare per il ritorno del Mahdi ed abbiano poi portato questo contratto alla Moschea di Jamkaran.

E’ stata questa la cultura che ha alimentato la visione del mondo di Mahmoud Ahmadinejad.. Dopo essere diventato sindaco di Teheran nell’aprile del 2003, Ahmadinejad ha sfruttato la sua posizione per costruire una rete di fondamentalisti islamici noti con il nome di “Promotori di un Iran islamico” (…). A novembre, il nuovo presidente iraniano ha aperto l’annuale “Settimana dei Basiji” nella quale si commemorano i martiri della guerra Iran-Iraq. Secondo quanto riportato da Kayan, pubblicazione fedele a Khamenei, circa nove milioni di Basiji (il 12 per cento della popolazione) hanno manifestato in favore del programma antiliberale di Ahmadinejad.

L’articolo raccontava che i dimostranti avevano “formato una catena umana lunga 8,7 km. Nella sola Teheran, circa 1.250.000 persone sono scese in strada”. Quasi nemmeno notata dai media occidentali, questa mobilitazione dimostra la determinazione con cui Ahmadinejad cerca di imporre la sua “seconda rivoluzione” e di spegnere le ultime scintille di libertà in tutto l’Iran. Alla fine del luglio 2005, il movimento Basiji ha annunciato un piano per portare il numero dei suoi membri da dieci a quindici milioni entro il 2010 (…). Che cosa questo significa è apparso chiaro a febbraio, quando i Basiji hanno attaccato il leader del sindacato degli autisti di mezzi pubblici, Massoud Osanlou. L’hanno tenuto prigioniero nel suo appartamento, e per convincerlo
a tenere la bocca chiusa gli hanno mozzato la punta della lingua. Nessun Basiji rischia di essere processato da un tribunale della legge per simili attacchi terroristici. La fiducia del movimento nel valore del autosacrificio violento rimane quella di sempre. Non esiste in Iran alcuna “commissione di indagine” per indagare sul suicidio collettivo pianificato dallo stato e durato dal 1980 al 1988. Al contrario, a ogni iraniano viene insegnato fin dall’infanzia il valore e la virtù del martirio.

Ahmadinejad è predisposto al pensiero apocalittico. A novembre, la nazione è rimasta scioccata da un video che mostrava Ahmadinejad mentre diceva ad un religioso di aver sentito la mano di Dio che ipnotizzava i leader mondiali durante il suo discorso alle Assemblee Generali dell'ONU.
Quando il mese scorso ci fu il crollo di un aereo a Teheran che ha provocato la morte di 108 persone, Ahmadinejad promise un'investigazione. Ma nel contempo aggiunse: "Ciò che importa è che essi hanno mostrato la via del martirio che dobbiamo seguire".
In una delle prime interviste tv dopo essere stato eletto presidente, si è mostrato entusiasta: “Esiste un’arte più bella, divina, eterna dell’arte del martirio?”. Nel settembre 2005, concluse il suo primo discorso all’Onu implorando Dio per il ritorno del dodicesimo imam. Finanzia un istituto di ricerca a Teheran il cui unico scopo è
studiare e, se possibile, accelerare, la venuta dell’imam. A una conferenza di teologia nel novembre 2005, ha sottolineato: “Il compito più importante della nostra Rivoluzione è preparare la via del ritorno del dodicesimo imam”. Una politica perseguita in alleanza con una forza sovrannaturale è imprevedibile. Perché un presidente iraniano dovrebbe impegnarsi in una politica pragmatica quando la sua presupposizione è che, tra tre o quattro anni, comparirà
il salvatore? Per questo Ahmadinejad ha perseguito una politica del confronto con evidente piacere. La storia dei Basiji prova che dobbiamo aspettarci mostruosità dall’attuale regime iraniano (…). I Basiji che una volta si aggiravano nel deserto armato soltanto di un bastone da passeggio oggi lavorano come chimici in stabilimenti per l’arricchimento dell’uranio.

04 giugno 2008

68 a distanza di 40 anni

Focalizzando il suo intervento sulle conseguenze dannose della Rivoluzione sessantottina nel mondo ecclesiale, don Poggiali ha denunciato in particolare l’idea diffusa secondo cui “dopo il Concilio Vaticano II i cattolici – o almeno, per usare un’espressione non solo italiana, i ‘cattolici adulti’ – possano scegliere fra il magistero del Papa e il ‘magistero parallelo’ dei teologi (un’espressione che sarà ripresa nel 1990 dall’Istruzione Donum Veritatis della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla vocazione ecclesiale del teologo).

Secondo questa visione “i teologi, in quanto più ‘progressisti’ e avanzati, anticiperebbero semplicemente oggi quanto il magistero finirà fatalmente per accettare domani, e quindi potrebbero e dovrebbero essere seguiti con fiducia dai fedeli più maturi”.

Don Giovanni Poggiali ha spiegato che dal momento che il Papa e la gerarchia non condividono questo punto di vista “nell’organizzazione Chiesa cattolica si sono sviluppate due fonti di autorità, da una parte il Papa, dall’altra i gruppi di teologi che riescono a farsi percepire come maggioritari, lo siano o no, le quali certamente non sono sullo stesso piano dal punto di vista della dottrina insegnata dalla Chiesa stessa (e dal Concilio Vaticano II) ma sono presentate come se lo fossero”. [leggi tutto]

21 maggio 2008

Saggio di geografia divina (prima parte)

Fernand CROMBETTE

* Alla Chiesa custode del prezioso deposito della Rivelazione.

* A mia madre alla quale devo i benefici di un insegnamento cristiano.

* Alla Francia che deve riscoprire il primato religioso e intellettuale.


Con un senso esatto della misura, Jean Bruhnes pone il principio che noi non siamo "né degli automi fatalmente diretti né degli autonomi assoluti". Egli ha "umanizzato" una scienza rimasta fino a lui troppo tecnica. Certo, egli considera soprattutto l'azione dell'uomo sulla terra dal punto di vista tecnico della sua pianificazione; ma, anche allora, la sua geografia è centrata sull'uomo. Per lui e da lui, l'uomo è ridiventato il re della Creazione, re detronizzato, senza dubbio, ma pur sempre re, e non più semplice ingranaggio.
È questa la superiorità di Jean Bruhnes.
L'eminente geologo Pierre Termier, malgrado la sua ammirazione per la scienza di
Suess, aveva, se non pienamente realizzato, almeno già intravisto tutto ciò che la geografia perdeva a voler fare a meno di Dio. È con rispetto che parlava dei "Libri Santi, che hanno detto tante cose, e dove gli studiosi troverebbero, se li volessero leggere, tante e rassicuranti chiarezze".
Anche dopo lo sforzo di Jean Bruhnes restavano delle tappe da superare, e non delle
minori. Per essere equo e completo, dopo aver studiato il lavoro costruttivo dell'uomo nella natura creata, egli ha avuto modo di considerare le degradazioni da essa subite a causa del suo peccato; di mostrare che, se l'uomo è il centro della Creazione, è perché Dio ha "centrato" questa sull'uomo; più ancora, di proclamare che il vero centro della Creazione non è un uomo qualunque, ma quell'Essere unico che è l'Uomo-Dio, il quale ha voluto, al centro di questa terra, suo feudo, operare la salvezza dell'umanità, sua eredità.
Bisognava tentare di far vedere all'opera nella natura, non più l'uomo, ma l'Autore
dell'uomo e della sua dimora, il Verbo divino, lo Spirito creatore; volgersi infine verso Dio, seguirne nel mondo l'attività costruttiva e trasformatrice, giustiziera e riparatrice; in una parola, far cantare dalla terra un inno alla gloria di Dio e di Dio solo, giacché la terra non ha altra gloria che quella di cui Dio l'ha rivestita. Allora la geografia sarebbe divina, nel suo fine e nel suo oggetto.
Dove dunque trovare i materiali di questa immensa basilica se non nella Bibbia, tesoro della Rivelazione divina, da una parte, e nelle costatazioni della scienza più autorevole, dall'altra? Se la Parola di Dio è difficile da capire per l'uomo decaduto, e se la scienza umana presenta ancora enormi lacune e numerosi errori, l'una e l'altra tuttavia, ben comprese, non possono contraddirsi, essendo entrambe delle forme della verità.

Sotto l'influenza di una scienza profana, trionfante dei successi che aveva creduto di riportare sulla Chiesa cattolica, troppo spesso i difensori di quest'ultima l'hanno ritenuta colpevole, non reclamando per essa che il beneficio delle circostanze attenuanti. La Chiesa non è un'imputata, e, se bisogna difenderla, è come una madre molto saggia e rispettabile contro degli attacchi temerari e ingiustificati.

Quando si è capitolati così davanti a una scienza che, dopo tutto, non è tanto "fatti controllati" quanto "ipotesi gratuite", ci si è mostrati (involontariamente, noi vogliamo crederlo) complici dei nemici della Chiesa, si è tradita la Parola di Dio svuotandola della sua essenza, non si è difeso il deposito di cui si aveva la custodia, si è stati come i "cani muti" della Scrittura, peggio, si è urlato con i lupi.

È nondimeno saggio guardarsi da dichiarazioni azzardate in merito alle epoche più antiche di cui il sapere non ci ha lasciato che rare vestigia.
È molto probabile (ma non certo), per esempio, che Adamo non abbia potuto percorrere
tutta l'estensione della terra. Era dunque ignorante della forma, delle dimensioni e della struttura del globo? È più logico pensare che, grazie alla scienza che aveva ricevuto durante i suoi intrattenimenti con il Creatore, Adamo possedeva delle idee molto chiare su tutti questi punti e sulla costituzione intima dell'universo di cui era stato istituito Re.
L'antichissima civiltà ritrovata nella valle dell'Indo vi ha fatto scoprire una scrittura, verosimilmente anteriore al Diluvio, i cui segni sono simili a quelli delle tavolette della lontana isola di Pasqua attualmente agli antipodi. Quali che siano state un tempo le posizioni rispettive di questi punti, che non hanno potuto essere, vista la disposizione delle terre, che molto lontani l'uno dall'altro, è estremamente verosimile che, già prima dell'inondazione universale, una stessa civiltà, veicolo di conoscenze geografiche molto vaste, si estendesse a tutta la terra.
Il peccato originale, oscurando l'intelligenza dell'uomo, sbiadì, confuse, cancellò le nozioni primitive. L'obbligo imposto al nostro primo padre e ai suoi discendenti di lavorare duramente e di lottare per l'esistenza, venne così a distoglierli dalle occupazioni dello spirito. La distruzione dell'umanità e della civiltà primitiva per mezzo del Diluvio, la dispersione ulteriore dei popoli su una terra sconvolta, la precarietà dei mezzi di comunicazione, la confusione delle lingue, tutto doveva contribuire ad accrescere l'ignoranza e l'errore.
E tuttavia non tutto il sapere era affondato nel disastro; si erano mantenute delle tradizioni di cui si ritrovano tracce in tutti popoli. Uno di essi in particolare, il popolo ebreo, ha mostrato di avere del mondo un'idea grandiosa quanto giudiziosa. Il suo storico, Mosè, profeta dell'Altissimo, è considerato a giusto titolo come il primo dei geografi.
Nessuno degli Antichi può essergli comparato per l'esattezza, l'estensione, la serietà delle descrizioni. Giacché Mosè non beneficiava solo delle tradizioni e della scienza dei sacerdoti egiziani che erano stati i suoi educatori, ma dell'ispirazione divina che lo ricollocava in qualche modo, da questo punto di vista, nella situazione privilegiata del primo uomo. E, pertanto, la geografia è anche divina nella sua origine.
Dopo tutto Mosè non scriveva per uno scopo puramente scientifico, ma soprattutto per
la gloria di Dio e la condotta degli Israeliti, il che non comportava precisioni matematiche dettagliate e sviluppi tecnici minuziosi. Vuol dire che Mosè non avrebbe potuto entrare in dettagli di questa natura e che egli non sia, come alcuni pretendono, che un piacevole narratore di favole oltre che un abile legislatore? I fatti potrebbero portare una smentita a tali supposizioni.
Gli Egiziani (che, bisogna rimarcarlo, credevano alla sfericità della terra) hanno costruito numerose piramidi di cui la più grande e una delle più antiche, quella di Cheope, ha rivelato agli astronomi moderni una scienza insospettata della geografia.
Alla base della costruzione della Grande Piramide si trova un'unità di misura, il cubito sacro. Ora questo cubito, moltiplicato per 10 milioni, dà esattamente la lunghezza del raggio polare della terra (6.356.600m), dice l'abate Moreux, secondo l'astronomo inglese Piazzi Smith11. In realtà, il grande cubito egiziano doveva misurare solo 0,6125m; l'approssimazione è nondimeno già soddisfacente per l'epoca. La lunghezza dell'anticamera precedente la camera del Re, nella Grande Piramide, moltiplicata per 3,1416, dà esattamente la durata dell'anno: 365,342 giorni. Il volume della Grande Piramide moltiplicato per la densità delle sue pietre dà la densità della terra: 5,52.
Ciò che sembrerebbe indicare che la piramide conteneva delle misure è questa nota del
colonnello Braghine secondo il quale la parola deriverebbe dal copto "pirimit" o "piramit" significante "la decima misura in numero". Il copto dice più sobriamente:
Pe-Rèmèt = il decimo.
Piazzi Smith ha scoperto nella piramide di Cheope molti altri numeri aventi significati geodesici o astronomici. Noi non lo seguiremo in tutte le sue interpretazioni di cui talune sono discutibili; ne attribuiremo una larga parte anche alla fertilità della sua immaginazione, resta tuttavia un certo numero di coincidenze stupefacenti concretizzate in cifre.
Da dove gli Egiziani avrebbero potuto avere queste nozioni, dato che non avevano certamente avuto i mezzi materiali di misurare la terra con precisione? Da dove, se non da una tradizione venuta da Noè? E da chi le aveva prese Noè se non da una tradizione venuta da Adamo istruito da Dio?

Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti.
Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta
la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto
Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione … Perché ciò che è stoltezza di Dio è più
sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli:
non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo
è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel
mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi
davanti a Dio
(S. Paolo, I Cor. 1, 19-29)

07 maggio 2008

Censimento in Sud Sudan

Lo scopo è quello di registrare quanti più abitanti possibili, vista l'impossibilità di molti sud sudanesi che abitano queste zone di raggiungere i centri di registrazione predisposti dalle autorità di Juba.

E sono proprio le difficoltà a raggiungere tutti i villaggi una delle cause che hanno scatenato il contenzioso tra Juba e Khartoum, con i sud sudanesi che hanno chiesto una proroga della data ultima del censimento (fissata per ieri), richiesta che si scontra con le pretese di Khartoum che di contro incolpa la dirigenza sud sudanese di incompetenza.

In effetti gli interessi in ballo sono molti e tutti dipendono in gran parte proprio dal censimento. Prima di tutto, detto censimento, è necessario per il futuro referendum che chiamerà gli abitanti del sud Sudan ad esprimersi in merito alla secessione dal Sudan, in secondo luogo (ma non meno importante) la conta della popolazione serve a stabilire la divisione delle risorse tra sud e nord, una divisione direttamente proporzionale proprio alla popolazione.

Per questo motivo, per esempio, nelle scorse settimane sono stati accelerati i rientri dei profughi sud sudanesi dai campi in Repubblica Centrafricana, in Uganda e in Congo, per permettere loro di registrarsi regolarmente. Tuttavia, sebbene l'UNHCR abbia dato una mano importante, migliaia di profughi non sono riusciti a rientrare in tempo. Per questo motivo il Governo di Juba ha insistito per una proroga della data ultima per la presentazione del censimento, fissata per ieri. A queste difficoltà si aggiunge poi l'imminente inizio della stagione delle piogge che, di fatto, impedirà agli operatori di raggiungere i villaggi sulle montagne per i prossimi tre/quattro mesi.

Franco Londei ha spiegato questo ieri a Nigrizia e ha detto che per un censimento completo bisognerà aspettare la fine dell'anno proprio per l'imminente inizio della stagione delle piogge. Londei ha poi parlato dell'ostruzionismo del Governo di Khartoum, un ostruzionismo fatto di schede stampate in arabo dove la popolazione araba non è, di divieti al rientro dei profughi sud-sudanesi presenti nei campi del nord, di non ottemperanza a quanto stabilito dagli accordi di Nairobi per quanto riguarda l'obbligo di lasciare le aree petrolifere a cavallo dei confini stabiliti proprio dagli accordi di pace, ma anche di tanti altri piccoli e grandi episodi che hanno rallentato la normalizzazione del Sudan Meridionale. [leggi tutto]

06 maggio 2008

Niente cattolici, siamo inglesi!

Tratto da L'Occidentale

Peter Phillips, nipote della regina d’Inghilterra, molto indietro nella linea di successione al trono, non perderà le sue chance sposando una cattolica questo maggio, perché la fidanzata ha deciso di entrare a far parte della Chiesa d’Inghilterra.

Senza l’abbandono del cattolicesimo, la canadese Kelly Autumn avrebbe privato il regale fidanzato del posto all’interno della Royal Family.

La Gran Bretagna è il paese più multiculturale d’Europa, dove in Central London nascono più bimbi stranieri che inglesi, il paese più liberale, tra poco la sharia sarà forse legge inglese, ma non si tocca l’Act of Settlement, la legge del 1701 con cui si regola la successione al trono, dal quale sono esclusi i cattolici. L’Act of Settlement fu varato nel 1701, un anno prima della morte di Guglielmo d’Orange, per impedire ai cattolici della famiglia Stuart di accedere al trono. Nel 1701 si decise che dopo la morte di Gugliemo d’Orange, la corona sarebbe passata alla cognata Anna Stuart, discendente di Sofia Stuart, nipote di Giacomo I – ma soprattutto sposata con l’elettore di Hannover – e si dispose l’esclusione dalla linea di successione dei membri cattolici degli Stuart. D’altronde la gloriosa rivoluzione nacque dall’invito whig a invadere l’Inghilterra a Guglielmo di Orange per cacciare il legittimo sovrano, il cattolico Giacomo II. Dopo la cacciata di Giacomo II Stuart, la monarchia inglese divenne una monarchia costituzionale controllata dall’aristocrazia e dalla gentry attraverso il parlamento. Fu il parlamento a varare l’Act of Settlment. Una legge molto importante, perché attraverso Sofia Stuart Hannover, nel 1714, Giorgio I, iniziò la dinastia Hannover, proveniente dal Sacro Romano Impero. Insomma, finalmente con gli Hannover anche l’Inghilterra poteva affermare di avere qualche diritto sul Sacro Romano Impero, che finì con Napoleone. Pare che Guglielmo d’Orange usasse dire: “In Inghilterra si discute sempre di religione, ma ce n’è meno di quanto se ne possa immaginare”.

(d.c.)

28 aprile 2008

Pallottaggio tra i pequenitos

Appello del Papa per Somalia, Darfur e Burundi

Le notizie che giungono da alcuni Paesi africani continuano a essere motivo di profonda sofferenza e viva preoccupazione. Vi chiedo di non dimenticare queste tragiche vicende e i fratelli e le sorelle che vi sono coinvolti! Vi chiedo di pregare per loro e di farvi loro voce!

In Somalia, specialmente a Mogadiscio, aspri scontri armati rendono sempre più drammatica la situazione umanitaria di quella cara popolazione, da troppi anni oppressa sotto il peso della brutalità e della miseria.

Il Darfur, nonostante qualche momentaneo spiraglio, rimane una tragedia senza fine per centinaia di migliaia di persone indifese e abbandonate a sé stesse.

Infine il Burundi. Dopo i bombardamenti dei giorni scorsi che hanno colpito e terrorizzato gli abitanti della capitale Bujumbura e raggiunto anche la sede della Nunziatura Apostolica, e di fronte al rischio di una nuova guerra civile, invito tutte le parti in causa a riprendere senza indugio la via del dialogo e della riconciliazione.

Confido che le Autorità politiche locali, i responsabili della comunità internazionale e ogni persona di buona volontà non tralasceranno sforzi per far cessare la violenza e onorare gli impegni presi, in modo da porre solide fondamenta alla pace e allo sviluppo.

Affidiamo le nostre intenzioni a Maria, Regina dell'Africa. [leggi tutto]

15 aprile 2008

Solo 135.578 voti per la vita

Gli italiani hanno dichiarato che non si fa partito sull’aborto. Ma la pillola Ru486, il testamento biologico, i protocolli applicativi della legge 194 e le linee guida della legge 40 sulla fecondazione artificiale saranno tra i primi temi con cui il governo dovrà misurarsi e su cui, in Parlamento, un cospicuo corpo trasversale darà battaglia. Insomma, i temi etici possono essere tenuti fuori dalla campagna elettorale, ma non dall’attività del governo e del Parlamento. Inorno alla vita maltrattata non si fa politica elettorale nel modo da noi scelto, ma si dovranno prendere decisioni dure e difficili. Speriamo buone decisioni e buone leggi. [leggi tutto]

10 aprile 2008

Deformazione femminile... della Tornabuoni

di Marina Corradi

La gravidanza come deformazione, imbruttimento. Il corpo, come dice la Tornabuoni, 'deformato'. Sinistro, questo aggettivo pronunciato con noncuranza, perchè sembra non riconoscere più in quel ventre gonfio il segno di cui è portatore: la vita, il principio di una vita, la meraviglia di un altro figlio che nasce. Nei paesi, nelle strade, ancora oggi in Italia la gente semplice, e soprattutto i vecchi, se ti incrociano quando sei incinta ti sorridono, chiedono quando nascerà, si rallegrano come se quel figlio un po’ li riguardasse. Ed è vero, un figlio che nasce riguarda tutti. E' ricchezza, e stupore. Ma, siamo capaci ancora di questo sguardo? Non è, un figlio, oppressione e femminile destino di condanna, come una certa vulgata veterofemminista ha sottinteso per decenni. Avere un figlio, portarselo per nove mesi addosso, è splendido.

Disturba, che la ragazzina di Juno istintivamente lo scelga, inorridita da una triste clinica d’aborti. Perch? si mette contro la corrente, va contromano rispetto a ciò che 'è giusto', e quasi obbligatorio, pensare e fare. E' 'giusto' fare sesso a quattordici anni, ma è un’assurda disgrazia se si resta incinte.

Da rimediare con una pillola che avveleni l’intruso, o con un corretto aborto. I figli, si fanno dopo i trentacinque, quando si è fatta carriera.

Se poi non arrivano, ci si danna in un’odissea di provette, perchè quel figlio che un tempo era un inciampo ora è dolorosa ansia, e pretesa. L’adolescente che semplicemente quel bambino lo fa nascere, irrita. Povero corpo di fanciulla deformato. [leggi tutto]

09 aprile 2008

Un fiore per Paola, mamma coraggio

di Antonino D’Anna




In questi giorni preelettorali in cui la commedia politica ha ormai disgustato un Paese intero, con prese di posizione su questo e quello, lettere e sparate varie, mentre ci si straccia le vesti sulla legge 194 trasformata in feticcio che nessuno deve osare toccare ad alcun costo e gente “pro life” si prende le uova in piazza, c’è una piccola grande storia d’amore per la vita che dovrebbe invitare tutti a riflettere. Perché mai come in questi mesi abbiamo visto un assalto alla dignità ed alla sacralità dei piccoli e dei deboli, senza che qualcuno – salvo il Papa - abbia preso con forza posizione per loro.

Vogliamo allora portare un fiore a “Mamma Coraggio”, Paola Breda. Una donna di Pieve di Soligo (Tv) morta a 38 anni lunedì scorso per un tumore al seno, scoperto al sesto mese di gravidanza, che non aveva voluto curare per salvaguardare la salute del bimbo che aspettava. Lascia altri due figli e un marito, più una lezione di amore per tutti noi. Come Santa Gianna Beretta Molla, canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2004: anche lei, incinta dell’ultimo figlio, non volle curare il tumore all’utero di cui soffriva pur di salvare la vita della figlia, Gianna Emanuela.

Raccontare questo, ricordarlo qui non è fare un’agiografia di queste due madri. Il punto è che il messaggio resta uguale e viene da entrambe: c’è un’Italia, là fuori, che nonostante sondaggi e delicate analisi continua a lavorare duro, amare e difendere la vita. Anche a costo della propria. Un’Italia che non scade nel piagnone “tengo famiglia” ma nella dignità della vita di tutti i giorni che sa farsi eroismo, dai sacrifici per arrivare a fine mese fino alle morti bianche e quella di Paola. È l’Italia di mamme, papà, famiglie e dei bambini che umilmente, ogni giorno, permette a tutti l’esistenza di questa società, gente umile e coraggiosa oltre ogni limite.

È segno che non tutto è perduto, in questo Paese annoiato. E nel dolore di una famiglia, queste poche righe valgano una carezza, se possibile.

08 aprile 2008

Ferrara stasera a "Porta a porta"

Tratto da Il Foglio

...Parlando con i giornalisti ha detto: "La mia non è una lista ideologica. E' una lista pratica che cerca di trovare finanziamenti perché nascano più bambini. In Italia non nascono più bambini a sufficienza per costruire il futuro. L'ideologia fa dell'aborto un feticcio ma, fatta salva la scelta libera delle donne, una volta liberi bisogna esercitare la responsabilità, battendosi senza quartiere contro il dilagare dell'aborto, inteso come controllo delle nascite che è contro la stessa legge 194 che invece è la legge di tutela sociale della maternità. Tutti fanno ideologia in questa campagna elettorale su cose banali come "Tu mi hai copiato il programma", "tu sei più vecchio di me", "le schede sono fatte male"; io pongo una questione pratica: difendiamo e promuoviamo la vita umana in un'epoca in cui viene disumanizzata". Alla domanda se la "lista pazza" sia monotematica, Ferrara ha spiegato che fare una lista di scopo "vuol dire fare una cosa nuova. Votate al Senato il vostro partito di governo ma alla Camera avete la possibilità di dire una cosa che abbia un qualche significato. Quando saremo eletti promuoveremo la cultura della vita". Ferrara ha anche parlato della necessità di "un piano nazionale per la vita" cui dovrebbe essere destinato lo 0,5 per cento del Pil. "In Occidente – ha continuato – un miliardo di aborti negli ultimi trent'anni, vuol dire un aborto al secondo, 50 milioni l'anno. Vuol dire che abiamo sostituito la cura della malattia con l'eliminazione del malato".

03 aprile 2008

Bologna e tg contro la vita

Il direttore del Foglio si è buttato da un paio di mesi in politica lanciando la sua lista "Aborto, no grazie" che evidentemente fa una gran paura, se è vero che neanche può parlare. Eppure il suo è solo e soltanto un inno alla vita; è "per", non "contro". L'argomento fa così tremare noi "moderni" che viene continuamente censurato: ieri dalla piazza principale di Bologna, ma quotidianamente anche dai nostri cuori, dalle nostre teste, dai nostri governanti, dai nostri giornali, dalle nostre tivù. Fa scandalo Ferrara: e scandalo è una parola greca che vuol dire una pietra su una strada, un inciampo. Un impedimento a quello che vorremmo. L'inciampo nel cammino alla verità è una forma di menzogna, si chiama preconcetto: uno si è già fatto, si è già fabbricato il suo parere su di lui. Ferrara non deve parlare di aborto. Stop. Che tristezza!

Dicevamo della tivù. Dal 6 febbraio 2008 al 26 marzo 2008 (quindi 49 giorni, centinaia di telegiornali) sapete lo spazio che ha avuto Giuliano Ferrara negli otto principali tg d'Italia? (Tg1, Tg2, Tg3, Rainews, Tg4, Tg5, Studio Aperto e La 7)
114 secondi, cioè 1 minuto e 54 secondi. Nulla. "Boselli il piagnone" di secondi ne ha avuti 2845, cioè 24 volte più di Giulianone. Secondo voi, il Partito Socialista Italiano prenderà 24 volte i voti di Ferrara? Cioè, se Ferrara prenderà (esempio) 200mila voti, Boselli ne prenderà 4milioni e 800mila?
Vado avanti: De Vita premier ha avuto a disposizione 1283 secondi, Fiore 636, D'Angeli 527, Riboldi 520 , Montanari 433, Ferrando 307, De Luca 146. Sorpresa (per modo di dire): Ferrara è proprio fanalino di coda.

Ribadisco: questa è censura bella e buona. Vergognosa. E' Ferrara l'unico vero censurato d'Italia. In questo Paese che parla e sparla di tutto, è rimasto tabù solo l'aborto, cioè l'uccisione legalizzata di un qualcuno. E una volta anche tu che stai leggendo queste righe eri un qualcuno indifeso. Potevano farti fuori. Grazie al cielo i tuoi genitori non l'hanno fatto. Ci fa male dirci queste cose, lo so; ma è la realtà. La verità.

Durante la contestazione Giuliano Ferrara non si scompone, parla delle «donne che sono costrette ad abortire perché sono lasciate sole dal loro uomo e dalla società: chiedetelo a loro se abortire è una libertà o se è una schiavitù sociale». Ai manifestanti dice: «Andate a vedere il film Juno, dove c’è una splendida eroina materna». Ma non mancano gli strali: «Avete mai manifestato contro la strage delle bambine in Cina? No — tuona Ferrara — perché fate solo le cose conformiste. Vi hanno spiegato che l’aborto è moderno, ma è una cosa squallida, miserabile?».

«Questa non è democrazia, mi si impedisce di parlare – è stato commento di Ferrara, costretto a lasciare la piazza sotto scorta -. Domani sarete su tutti i giornali, contenti? Avete contestato il comizio ma non siete a riusciti a impedirci di parlare a Bologna».

“Sono qui con un uovo marcio sul taschino della giacca di velluto chiaro”, dirà Giuliano Ferrara pochi minuti prima di arrivare ad Imola, quell’uovo che a Bologna, sorridendo, aveva definito “una medaglia”.

«Sapevo che Bologna era una città difficile, dura — dice Ferrara —, è la città dove è stato ucciso Marco Biagi del resto, è una città dura. E conosco fior di intellettuali progressisti che abitavano in piazza Verdi e negli ultimi anni hanno traslocato perché non apprezzavano chi la frequentava e come la città era amministrata».

Ferrara alle contestazione ci ha fatto il callo: «Finché non degenera — dice —, la contestazione è lecita. Io parlerei volentieri con quelle persone, anche per ore, se si calmassero e si mettessero a sedere per discuterne con me».

Ferrara nega che parlare in piazza Maggiore sia stata una provocazione, una sfida: «Ho parlato dappertutto, e anche a Firenze ero stato contestato duramente. Ma siamo in campagna elettorale, avrò il diritto di parlare, esporre le mie idee?». Però la contestazione era stata annunciata: «Certo, me lo aspettavo, piazza Maggiore è una piazza difficile, che fa da calamita per questo tipo di contestazioni».
Ma il giornalista rivendica di avere vinto la sfida con i contestatori: «E’ molto importante precisarlo, Matilde Leonardi, Giovanni Salizzioni e io abbiamo parlato. Ho potuto parlare per mezz’ora esporre le mie idee nonostante la contestazione e i fischi. Donne? Io ho visto tanti, tanti maschietti». “Vi piace che ogni anno nel mondo ci siano 50 milioni di aborti? A me no! L’aborto è maschio, come voi che contestate”, dirà a fine giornata Ferrara.

Sembra di essere tornati indietro di trent’anni: stessa piazza, stessi slogan, stessi scontri, in gran parte anche stessa gente. Come in un’immensa macchina del tempo dove gli eterni replicanti di se stessi devono individuare il Nemico, il Cattivo, l’Orco, contro cui sfogare la propria rabbia e la propria intolleranza. Ovviamente, «democratica e antifascista», ça va sans dire.
Succede a Bologna, piazza Maggiore ieri pomeriggio. Dove Giuliano Ferrara ha in programma il suo comizio per presentare la lista sulla moratoria dell’aborto. Succede di tutto: bottiglie lanciate verso il palco, uova all’indirizzo di Giuliano, lattine usate come una sorta di tiro a segno da Luna Park, durissime contestazioni, cariche della polizia, Ferrara scortato all’uscita dagli agenti perché possa lasciare incolume piazza Maggiore.
Lui, Giuliano, un po’ se l’aspettava. E l’aveva raccontato ridendo anche l’altra sera a Enrico Mentana che lo intervistava a Matrix: «Domani sono a Bologna, dove so che mi aspettano... Ho anche chiamato Cofferati...». E quel «so che mi aspettano» era solo il preannuncio dell’ennesima contestazione nella campagna elettorale, dove la parziale riabilitazione di Berlusconi ha privato del Nemico quelli che hanno voglia sempre e comunque di menare le mani e di battere le lingue. E quindi si sono dovuti reinventare un nuovo Cattivo, un nuovo Orco.
E chi poteva essere il nuovo Nemico, il nuovo Cattivo, il nuovo Orco? A Genova qualcuno dei centri sociali ha tirato pietre a Francesco Storace e a Mario Borghezio, altrove c’è chi pensa che Daniela Santanchè sia la reincarnazione di Crudelia Demon, solo più elegante e spietata, ma l’unico che può aspirare davvero al titolo di Supercattivo della campagna elettorale, contestato dalle Alpi alle Piramidi, quasi a ogni comizio, è Giuliano Ferrara.

Quei ragazzi urlanti, quei lanciatori di bombe-macchia, somigliano terribilmente alle tifoserie calcistiche agguerrite: in grado di farci scappare il morto, ma incapaci di spiegare cosa cavolo stanno fancendo.
La violenza, sempre latente in una società umana, così come sempre latente nell’animo umano, non riesce più ad essere trattenuta, ma non sa trovarsi una ragione per scatenarsi. Così cerca occasioni, pretesti che non macerano un fine nascosto, ma nascondono l’inesistenza di un fine (per quanto bislacco o demenziale).
Quest’anno va di moda celebrare una finta rivoluzione di quaranta anni fa. Un gorgoglio borghesuccio che in Italia (ma anche in Germania e Francia) produsse rutti terroristici, al servizio di una guerra di cui non comprendevano neanche i contorni. Si celebra, così, il falso racconto di una falsa storia, lecchinando anche qualche falso protagonista e mettendo nel conto qualche tardiva, e ridicola, rivisitazione. Ma non si considera che l’avere bruciato un paio di generazioni nella combustione ideologica ha generato un successivo periodo in cui le ceneri hanno soffocato anche le idee. Così il poliziotto muore perché assaltato allo stadio, i tifosi si minacciano negli autogrill e un gruppo di cretinetti pensano di promuovere la libertà bersagliando il comizio di una minoranza.
Per queste ragioni la giornata bolognese ci riguarda tutti, e non possiamo cavarcela solo con il rito della superficialità.

“E’ inaccettabile che una piazza venga trasformata nel luogo dell’intolleranza. Tutti devono essere in condizione di poter sostenere pubblicamente le proprie tesi e le proprie opinioni e a nessuno deve essere impedito di parlare. Trasformare la campagna elettorale da confronto tra le idee in scontro è una responsabilità grave che si assumono tutti coloro che praticano intolleranza. Non condividere un’idea non deve mai diventare azione ostile contro chi la sostiene. Per questo quello che è capitato oggi a Bologna è un danno oggettivo per la città e la sua storia di democrazia e di tolleranza”. Così in serata il sindaco di Bologna Sergio Cofferati. La contestazione è stata organizzata dai centri sociali Tpo, Vag 61, Crash e XM24. Ora il sindaco farà seguire alle parole i fatti e prenderà provvedimenti contro i responsabili? Ovviamente no.

"La coraggiosa e nobile battaglia che Giuliano Ferrara combatte, del tutto disinteressatamente sull'aborto, va evidentemente a colpire in profondita'. Non si comprenderebbe, altrimenti, l'odio e la violenza cieca che si sta scatenando contro di lui". Lo afferma il leghista Mario Borghezio a proposito delle contestazioni a Bologna nei confronti di Giuliani Ferrara. "Resta comunque da rilevare -aggiunge Borghezio- che, forse, e' meglio per qualcuno che i ragazzi dei centri sociali si scaglino contro Ferrara, ma non contro i camerieri politici del vero potere".

01 aprile 2008

Del libero arbitrio: Veltroni, Berlusconi e la vita


di Matteo Dellanoce

Il relativismo che si maschera oggi sotto la parola democratico, come ieri il comunismo, pone al centro del suo modello antropologico il motto “vietato vietare” e –conseguentemente- di fronte ad obiezioni di tipo etico si ricollega al diritto inalienabile degli individui di ricorrere al libero arbitrio.

Ma tale sottigliezza linguistica nonché semantica non è sufficiente a nascondere la menzogna culturale sottesa al modello di riferimento, ovverosia che la libertà coincida appunto con il libero arbitrio.

La prima differenza sta nel fatto alquanto evidente che il libero arbitrio è un dono della natura umana, mentre la libertà è figlia di aspre ed eroiche conquiste.

La seconda differenza riconosce la libertà -che San Paolo nelle sue predicazioni indicava come libertà dal male (Romani 6, 18)- figlia dell’uso virtuoso del libero arbitrio, contrastabile solo dall’inganno e dalla menzogna, oggi identificabile nella manipolazione mass-mediatica.

La deriva ideologica veltroniana tecnocratico-risorgimentale, che trasferisce il diritto dalla persona allo Stato e da questo al mondo della finanza globale nel nome del libero arbitrio, si scontra oggi con l’utopia berlusconiana, che fa della libertà di autorealizzazione economica l’orizzonte di riferimento della vita dell’uomo, rimanendo alquanto ondivaga sulla questione di fondo, cioè il rapporto vita-libertà, nel nome di una anarchia etica che non dà certezze sul futuro e che rischia di trasformare un’utopia in una ideologia.

Da un totalitarismo sociologicamente compassionevole ad un altro economicamente centrato? Il futuro potrebbe perciò portare con sé il rischio di ridicolizzare e svuotare di senso la libertà, che invece è continua, paziente e concreta battaglia per la creazione di un mondo in cui il potere umano sia minimale, in cui a tutti sia dato il modo di realizzarsi, autenticamente e non sulla pelle degli altri; che –ancora- necessita di essere continuamente nutrita dalla speranza, quindi dalla linfa della vita e non dalla morte.

In questo scenario e secondo queste premesse sul fondamento della “nobiltà” dell’uomo-persona per la politica, le nostre coscienze non possono esimersi dall’essere scosse, interrogate, stimolate ed anche punte dallo sforzo e dalla sfida di Ferrara, il cui essere generalmente inviso altro non è se non un segnale di conferma. Sappiamo pensare e credere che la Vita sia centro unificatore e stabilizzatore di una comunità? Se la risposta è affermativa, tale “provocazione” merita di essere colta e valorizzata con il voto, al fine di evitare che le ideologie e le utopie si fondano, rendendo la libertà e la vita una merce di scambio.
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31 marzo 2008

Riscaldamento globale?

«Se si prende il 1998 come punto di partenza, c’è stato un raffreddamento della terra. Se si prende come punto di partenza il 2002, il clima è in un plateau. Non è certo ciò che ci si doveva aspettare se è il CO2 a cambiare le temperature, perché i livelli di CO2 hanno continuato a crescere, ma le temperature di fatto sono scese negli ultimi dieci anni». Lo ha detto Jennifer Marohashi, biologa australiana, senior fellow dell’Institute of Public Affairs di Montreal, in una interessante intervista alla ABC Radio Nationa (4).

Da dieci anni la temperature scende, mentre le emissioni carboniose di origine umana salgono. «Su questo non ci sono vedute contrastanti fra gli scienziati», ha aggiunto la biologa. «Di fatto l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate change) ha riconosciuto la cosa: ha ammesso che negli ultimi otto anni, in questo secolo, la temperatura è ‘piatta’, nonostante i livelli di CO2 siano continuamente crescenti. Ciò che dovrebbe far salire le temperature. E’ qualcosa di inatteso, ma non viene discusso».

Ci sono solo delle ipotesi su questo fenomeno imprevisto dai modelli matematici: «Il capo dell’IPCC ipotizza che siano in gioco fattori naturali che compensano l’effetto-serra prodotto dal CO2, che è quello che dicono da sempre gli scettici dell’effetto-serra». Nell’ambiente scientifico «si è parlato molto dell’influenza del Sole, se andiamo verso un periodo di meno intensa attività solare, e se questo contribuisca all’attuale raffreddamento». Attuale raffreddamento, non riscaldamento.

I dati più sorprendenti vengono dal satellite «Aqua», lanciato dalla NASA soltanto nel 2002, che raccoglie dati non solo sulle temperature terrestri, ma sulla formazioni nuvolose e il vapor d’acqua. «I modelli che usiamo attualmente», spiega la Marohasy, «sono basati sull’idea che quando il CO2 crescente produce l’effetto-serra, aumenta anche il vapor acqueo nell’atmosfera, intensificando il riscaldamento. I dati del satellite ‘Aqua’ mostrano che avviene l’esatto contrario, ossia che quando (l’effetto serra) produce un aumento del riscaldamento, l’aumento del vapor d’acqua di fatto limitano l’effetto serra, lo compensano, con l’effetto di contrastare il riscaldamento anziché intensificarlo».

«Queste scoperte (del satellite Aqua) non sono messe in discussione dai meteorologi; solo, fanno fatica a ‘digerirle’. Penso che presto riconosceranno che i modelli su cui si basano hanno bisogno di una completa revisione, e che i nuovi modelli mostreranno un minore influsso dell’anidride carbonica nel riscaldamento». Secondo la biologa, la comunità metereologica mondiale cambierà i suoi paradigmi entro sei mesi. [leggi tutto]

25 marzo 2008

Apologia di una conversione

Articolo di Giuliano Ferrara

La conversione al cattolicesimo del laico musulmano Magdi Allam, il suo battesimo come Cristiano, è stata un grande fatto pubblico, amministrato con coraggiosa saggezza dalla chiesa e dal suo nuovo fedele. Spero che le eventuali ripercussioni polemiche (non voglio pensare adesso a un sovraccarico di violenza intollerante contro l’apostasia) saranno fronteggiate con altrettanta saggezza e altrettanto coraggio.

Un pregiudizio secolarista vuole che la conversione, come la fede, debba restare un fatto privato, che in questo si esprima la sua sincerità. Ma è falso. I laici veri conoscono la storia della spiritualità umana e sanno che l’interiorità può essere solo il primo nucleo di una conversione o addirittura il suo esito finale quando il vaglio pubblico di un nuovo modo di vedere il mondo, e di essere nel mondo, approdi alla certezza di fede che la creatura umana appartiene alla terra che abita e al cielo che non conosce. Tutto sta alla libertà e all’inclinazione dell’individuo. Un catecumeno non è prigioniero della trasfigurazione radicale del suo animo, è un uomo libero che liberamente si mette alla sequela di Cristo in comunione con un popolo credente e con i suoi pastori. [leggi tutto]

IL PAPA: "DARFUR E TIBET PIAGHE DELL'UMANITA'"

"Le piaghe dell'umanita' aperte e doloranti in ogni lato del pianeta, anche se spesso ignorate o volutamente nascoste, attendono di essere lenite e guarite dalle piaghe del Signore. Apriamoci con sincera fiducia al mistero pasquale". E' stato un messaggio di denuncia ma anche di grande speranza quello letto dal Pontefice dopo la messa pasquale celebrata sul sagrato di San Pietro sotto una pioggia battente. "Come non pensare - ha proseguito il Papa - ad alcune regioni africane, Darfur e Somalia, l'Iraq nel Medio Oriente e il Tibet per il quale si cerca il bene e la pace". La folla bagnata ma festante ha inneggiato un "Viva il Papa" prima che Benedetto XVI desse gli auguri di una santa Pasqua in 63 lingue, ultima il latino. La prima invece l'italiano: "agli uomini di Roma e d'Italia anche sotto la pioggia. Il Signore entri nelle vostre case". Prima di rientrare il Papa ha concesso l'indulgenza plenaria agli astanti e a tutti coloro che hanno seguito la cerimonia guardando la televisione o sentendo la radio.

(AGI) - Roma, 23 marzo -