Maria tu mi sostieni fin da piccolino, dammi forza e illuminami sempre, mio faro di luce
28 aprile 2008
Appello del Papa per Somalia, Darfur e Burundi
In Somalia, specialmente a Mogadiscio, aspri scontri armati rendono sempre più drammatica la situazione umanitaria di quella cara popolazione, da troppi anni oppressa sotto il peso della brutalità e della miseria.
Il Darfur, nonostante qualche momentaneo spiraglio, rimane una tragedia senza fine per centinaia di migliaia di persone indifese e abbandonate a sé stesse.
Infine il Burundi. Dopo i bombardamenti dei giorni scorsi che hanno colpito e terrorizzato gli abitanti della capitale Bujumbura e raggiunto anche la sede della Nunziatura Apostolica, e di fronte al rischio di una nuova guerra civile, invito tutte le parti in causa a riprendere senza indugio la via del dialogo e della riconciliazione.
Confido che le Autorità politiche locali, i responsabili della comunità internazionale e ogni persona di buona volontà non tralasceranno sforzi per far cessare la violenza e onorare gli impegni presi, in modo da porre solide fondamenta alla pace e allo sviluppo.
Affidiamo le nostre intenzioni a Maria, Regina dell'Africa. [leggi tutto]
15 aprile 2008
Solo 135.578 voti per la vita
11 aprile 2008
10 aprile 2008
Deformazione femminile... della Tornabuoni
La gravidanza come deformazione, imbruttimento. Il corpo, come dice la Tornabuoni, 'deformato'. Sinistro, questo aggettivo pronunciato con noncuranza, perchè sembra non riconoscere più in quel ventre gonfio il segno di cui è portatore: la vita, il principio di una vita, la meraviglia di un altro figlio che nasce. Nei paesi, nelle strade, ancora oggi in Italia la gente semplice, e soprattutto i vecchi, se ti incrociano quando sei incinta ti sorridono, chiedono quando nascerà, si rallegrano come se quel figlio un po’ li riguardasse. Ed è vero, un figlio che nasce riguarda tutti. E' ricchezza, e stupore. Ma, siamo capaci ancora di questo sguardo? Non è, un figlio, oppressione e femminile destino di condanna, come una certa vulgata veterofemminista ha sottinteso per decenni. Avere un figlio, portarselo per nove mesi addosso, è splendido.
Disturba, che la ragazzina di Juno istintivamente lo scelga, inorridita da una triste clinica d’aborti. Perch? si mette contro la corrente, va contromano rispetto a ciò che 'è giusto', e quasi obbligatorio, pensare e fare. E' 'giusto' fare sesso a quattordici anni, ma è un’assurda disgrazia se si resta incinte.
Da rimediare con una pillola che avveleni l’intruso, o con un corretto aborto. I figli, si fanno dopo i trentacinque, quando si è fatta carriera.
Se poi non arrivano, ci si danna in un’odissea di provette, perchè quel figlio che un tempo era un inciampo ora è dolorosa ansia, e pretesa. L’adolescente che semplicemente quel bambino lo fa nascere, irrita. Povero corpo di fanciulla deformato. [leggi tutto]
09 aprile 2008
Un fiore per Paola, mamma coraggio
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Vogliamo allora portare un fiore a “Mamma Coraggio”, Paola Breda. Una donna di Pieve di Soligo (Tv) morta a 38 anni lunedì scorso per un tumore al seno, scoperto al sesto mese di gravidanza, che non aveva voluto curare per salvaguardare la salute del bimbo che aspettava. Lascia altri due figli e un marito, più una lezione di amore per tutti noi. Come Santa Gianna Beretta Molla, canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2004: anche lei, incinta dell’ultimo figlio, non volle curare il tumore all’utero di cui soffriva pur di salvare la vita della figlia, Gianna Emanuela.
Raccontare questo, ricordarlo qui non è fare un’agiografia di queste due madri. Il punto è che il messaggio resta uguale e viene da entrambe: c’è un’Italia, là fuori, che nonostante sondaggi e delicate analisi continua a lavorare duro, amare e difendere la vita. Anche a costo della propria. Un’Italia che non scade nel piagnone “tengo famiglia” ma nella dignità della vita di tutti i giorni che sa farsi eroismo, dai sacrifici per arrivare a fine mese fino alle morti bianche e quella di Paola. È l’Italia di mamme, papà, famiglie e dei bambini che umilmente, ogni giorno, permette a tutti l’esistenza di questa società, gente umile e coraggiosa oltre ogni limite.
È segno che non tutto è perduto, in questo Paese annoiato. E nel dolore di una famiglia, queste poche righe valgano una carezza, se possibile.
08 aprile 2008
Ferrara stasera a "Porta a porta"
...Parlando con i giornalisti ha detto: "La mia non è una lista ideologica. E' una lista pratica che cerca di trovare finanziamenti perché nascano più bambini. In Italia non nascono più bambini a sufficienza per costruire il futuro. L'ideologia fa dell'aborto un feticcio ma, fatta salva la scelta libera delle donne, una volta liberi bisogna esercitare la responsabilità, battendosi senza quartiere contro il dilagare dell'aborto, inteso come controllo delle nascite che è contro la stessa legge 194 che invece è la legge di tutela sociale della maternità. Tutti fanno ideologia in questa campagna elettorale su cose banali come "Tu mi hai copiato il programma", "tu sei più vecchio di me", "le schede sono fatte male"; io pongo una questione pratica: difendiamo e promuoviamo la vita umana in un'epoca in cui viene disumanizzata". Alla domanda se la "lista pazza" sia monotematica, Ferrara ha spiegato che fare una lista di scopo "vuol dire fare una cosa nuova. Votate al Senato il vostro partito di governo ma alla Camera avete la possibilità di dire una cosa che abbia un qualche significato. Quando saremo eletti promuoveremo la cultura della vita". Ferrara ha anche parlato della necessità di "un piano nazionale per la vita" cui dovrebbe essere destinato lo 0,5 per cento del Pil. "In Occidente – ha continuato – un miliardo di aborti negli ultimi trent'anni, vuol dire un aborto al secondo, 50 milioni l'anno. Vuol dire che abiamo sostituito la cura della malattia con l'eliminazione del malato".
04 aprile 2008
03 aprile 2008
Bologna e tg contro la vita
Il direttore del Foglio si è buttato da un paio di mesi in politica lanciando la sua lista "Aborto, no grazie" che evidentemente fa una gran paura, se è vero che neanche può parlare. Eppure il suo è solo e soltanto un inno alla vita; è "per", non "contro". L'argomento fa così tremare noi "moderni" che viene continuamente censurato: ieri dalla piazza principale di Bologna, ma quotidianamente anche dai nostri cuori, dalle nostre teste, dai nostri governanti, dai nostri giornali, dalle nostre tivù. Fa scandalo Ferrara: e scandalo è una parola greca che vuol dire una pietra su una strada, un inciampo. Un impedimento a quello che vorremmo. L'inciampo nel cammino alla verità è una forma di menzogna, si chiama preconcetto: uno si è già fatto, si è già fabbricato il suo parere su di lui. Ferrara non deve parlare di aborto. Stop. Che tristezza!Dicevamo della tivù. Dal 6 febbraio 2008 al 26 marzo 2008 (quindi 49 giorni, centinaia di telegiornali) sapete lo spazio che ha avuto Giuliano Ferrara negli otto principali tg d'Italia? (Tg1, Tg2, Tg3, Rainews, Tg4, Tg5, Studio Aperto e La 7)
114 secondi, cioè 1 minuto e 54 secondi. Nulla. "Boselli il piagnone" di secondi ne ha avuti 2845, cioè 24 volte più di Giulianone. Secondo voi, il Partito Socialista Italiano prenderà 24 volte i voti di Ferrara? Cioè, se Ferrara prenderà (esempio) 200mila voti, Boselli ne prenderà 4milioni e 800mila?
Vado avanti: De Vita premier ha avuto a disposizione 1283 secondi, Fiore 636, D'Angeli 527, Riboldi 520 , Montanari 433, Ferrando 307, De Luca 146. Sorpresa (per modo di dire): Ferrara è proprio fanalino di coda.
«Sapevo che Bologna era una città difficile, dura — dice Ferrara —, è la città dove è stato ucciso Marco Biagi del resto, è una città dura. E conosco fior di intellettuali progressisti che abitavano in piazza Verdi e negli ultimi anni hanno traslocato perché non apprezzavano chi la frequentava e come la città era amministrata».
Ferrara nega che parlare in piazza Maggiore sia stata una provocazione, una sfida: «Ho parlato dappertutto, e anche a Firenze ero stato contestato duramente. Ma siamo in campagna elettorale, avrò il diritto di parlare, esporre le mie idee?». Però la contestazione era stata annunciata: «Certo, me lo aspettavo, piazza Maggiore è una piazza difficile, che fa da calamita per questo tipo di contestazioni».
Ma il giornalista rivendica di avere vinto la sfida con i contestatori: «E’ molto importante precisarlo, Matilde Leonardi, Giovanni Salizzioni e io abbiamo parlato. Ho potuto parlare per mezz’ora esporre le mie idee nonostante la contestazione e i fischi. Donne? Io ho visto tanti, tanti maschietti». “Vi piace che ogni anno nel mondo ci siano 50 milioni di aborti? A me no! L’aborto è maschio, come voi che contestate”, dirà a fine giornata Ferrara.
Sembra di essere tornati indietro di trent’anni: stessa piazza, stessi slogan, stessi scontri, in gran parte anche stessa gente. Come in un’immensa macchina del tempo dove gli eterni replicanti di se stessi devono individuare il Nemico, il Cattivo, l’Orco, contro cui sfogare la propria rabbia e la propria intolleranza. Ovviamente, «democratica e antifascista», ça va sans dire.
Succede a Bologna, piazza Maggiore ieri pomeriggio. Dove Giuliano Ferrara ha in programma il suo comizio per presentare la lista sulla moratoria dell’aborto. Succede di tutto: bottiglie lanciate verso il palco, uova all’indirizzo di Giuliano, lattine usate come una sorta di tiro a segno da Luna Park, durissime contestazioni, cariche della polizia, Ferrara scortato all’uscita dagli agenti perché possa lasciare incolume piazza Maggiore.
Lui, Giuliano, un po’ se l’aspettava. E l’aveva raccontato ridendo anche l’altra sera a Enrico Mentana che lo intervistava a Matrix: «Domani sono a Bologna, dove so che mi aspettano... Ho anche chiamato Cofferati...». E quel «so che mi aspettano» era solo il preannuncio dell’ennesima contestazione nella campagna elettorale, dove la parziale riabilitazione di Berlusconi ha privato del Nemico quelli che hanno voglia sempre e comunque di menare le mani e di battere le lingue. E quindi si sono dovuti reinventare un nuovo Cattivo, un nuovo Orco.
E chi poteva essere il nuovo Nemico, il nuovo Cattivo, il nuovo Orco? A Genova qualcuno dei centri sociali ha tirato pietre a Francesco Storace e a Mario Borghezio, altrove c’è chi pensa che Daniela Santanchè sia la reincarnazione di Crudelia Demon, solo più elegante e spietata, ma l’unico che può aspirare davvero al titolo di Supercattivo della campagna elettorale, contestato dalle Alpi alle Piramidi, quasi a ogni comizio, è Giuliano Ferrara.
Quei ragazzi urlanti, quei lanciatori di bombe-macchia, somigliano terribilmente alle tifoserie calcistiche agguerrite: in grado di farci scappare il morto, ma incapaci di spiegare cosa cavolo stanno fancendo.
La violenza, sempre latente in una società umana, così come sempre latente nell’animo umano, non riesce più ad essere trattenuta, ma non sa trovarsi una ragione per scatenarsi. Così cerca occasioni, pretesti che non macerano un fine nascosto, ma nascondono l’inesistenza di un fine (per quanto bislacco o demenziale).
Quest’anno va di moda celebrare una finta rivoluzione di quaranta anni fa. Un gorgoglio borghesuccio che in Italia (ma anche in Germania e Francia) produsse rutti terroristici, al servizio di una guerra di cui non comprendevano neanche i contorni. Si celebra, così, il falso racconto di una falsa storia, lecchinando anche qualche falso protagonista e mettendo nel conto qualche tardiva, e ridicola, rivisitazione. Ma non si considera che l’avere bruciato un paio di generazioni nella combustione ideologica ha generato un successivo periodo in cui le ceneri hanno soffocato anche le idee. Così il poliziotto muore perché assaltato allo stadio, i tifosi si minacciano negli autogrill e un gruppo di cretinetti pensano di promuovere la libertà bersagliando il comizio di una minoranza.
Per queste ragioni la giornata bolognese ci riguarda tutti, e non possiamo cavarcela solo con il rito della superficialità.
01 aprile 2008
Del libero arbitrio: Veltroni, Berlusconi e la vita

di Matteo Dellanoce
Il relativismo che si maschera oggi sotto la parola democratico, come ieri il comunismo, pone al centro del suo modello antropologico il motto “vietato vietare” e –conseguentemente- di fronte ad obiezioni di tipo etico si ricollega al diritto inalienabile degli individui di ricorrere al libero arbitrio.
Ma tale sottigliezza linguistica nonché semantica non è sufficiente a nascondere la menzogna culturale sottesa al modello di riferimento, ovverosia che la libertà coincida appunto con il libero arbitrio.
La prima differenza sta nel fatto alquanto evidente che il libero arbitrio è un dono della natura umana, mentre la libertà è figlia di aspre ed eroiche conquiste.
La seconda differenza riconosce la libertà -che San Paolo nelle sue predicazioni indicava come libertà dal male (Romani 6, 18)- figlia dell’uso virtuoso del libero arbitrio, contrastabile solo dall’inganno e dalla menzogna, oggi identificabile nella manipolazione mass-mediatica.
La deriva ideologica veltroniana tecnocratico-risorgimentale, che trasferisce il diritto dalla persona allo Stato e da questo al mondo della finanza globale nel nome del libero arbitrio, si scontra oggi con l’utopia berlusconiana, che fa della libertà di autorealizzazione economica l’orizzonte di riferimento della vita dell’uomo, rimanendo alquanto ondivaga sulla questione di fondo, cioè il rapporto vita-libertà, nel nome di una anarchia etica che non dà certezze sul futuro e che rischia di trasformare un’utopia in una ideologia.
Da un totalitarismo sociologicamente compassionevole ad un altro economicamente centrato? Il futuro potrebbe perciò portare con sé il rischio di ridicolizzare e svuotare di senso la libertà, che invece è continua, paziente e concreta battaglia per la creazione di un mondo in cui il potere umano sia minimale, in cui a tutti sia dato il modo di realizzarsi, autenticamente e non sulla pelle degli altri; che –ancora- necessita di essere continuamente nutrita dalla speranza, quindi dalla linfa della vita e non dalla morte.
In questo scenario e secondo queste premesse sul fondamento della “nobiltà” dell’uomo-persona per la politica, le nostre coscienze non possono esimersi dall’essere scosse, interrogate, stimolate ed anche punte dallo sforzo e dalla sfida di Ferrara, il cui essere generalmente inviso altro non è se non un segnale di conferma. Sappiamo pensare e credere che la Vita sia centro unificatore e stabilizzatore di una comunità? Se la risposta è affermativa, tale “provocazione” merita di essere colta e valorizzata con il voto, al fine di evitare che le ideologie e le utopie si fondano, rendendo la libertà e la vita una merce di scambio.
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31 marzo 2008
Riscaldamento globale?
Da dieci anni la temperature scende, mentre le emissioni carboniose di origine umana salgono. «Su questo non ci sono vedute contrastanti fra gli scienziati», ha aggiunto la biologa. «Di fatto l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate change) ha riconosciuto la cosa: ha ammesso che negli ultimi otto anni, in questo secolo, la temperatura è ‘piatta’, nonostante i livelli di CO2 siano continuamente crescenti. Ciò che dovrebbe far salire le temperature. E’ qualcosa di inatteso, ma non viene discusso».
Ci sono solo delle ipotesi su questo fenomeno imprevisto dai modelli matematici: «Il capo dell’IPCC ipotizza che siano in gioco fattori naturali che compensano l’effetto-serra prodotto dal CO2, che è quello che dicono da sempre gli scettici dell’effetto-serra». Nell’ambiente scientifico «si è parlato molto dell’influenza del Sole, se andiamo verso un periodo di meno intensa attività solare, e se questo contribuisca all’attuale raffreddamento». Attuale raffreddamento, non riscaldamento.
I dati più sorprendenti vengono dal satellite «Aqua», lanciato dalla NASA soltanto nel 2002, che raccoglie dati non solo sulle temperature terrestri, ma sulla formazioni nuvolose e il vapor d’acqua. «I modelli che usiamo attualmente», spiega la Marohasy, «sono basati sull’idea che quando il CO2 crescente produce l’effetto-serra, aumenta anche il vapor acqueo nell’atmosfera, intensificando il riscaldamento. I dati del satellite ‘Aqua’ mostrano che avviene l’esatto contrario, ossia che quando (l’effetto serra) produce un aumento del riscaldamento, l’aumento del vapor d’acqua di fatto limitano l’effetto serra, lo compensano, con l’effetto di contrastare il riscaldamento anziché intensificarlo».
«Queste scoperte (del satellite Aqua) non sono messe in discussione dai meteorologi; solo, fanno fatica a ‘digerirle’. Penso che presto riconosceranno che i modelli su cui si basano hanno bisogno di una completa revisione, e che i nuovi modelli mostreranno un minore influsso dell’anidride carbonica nel riscaldamento». Secondo la biologa, la comunità metereologica mondiale cambierà i suoi paradigmi entro sei mesi. [leggi tutto]
25 marzo 2008
Apologia di una conversione
Articolo di Giuliano FerraraLa conversione al cattolicesimo del laico musulmano Magdi Allam, il suo battesimo come Cristiano, è stata un grande fatto pubblico, amministrato con coraggiosa saggezza dalla chiesa e dal suo nuovo fedele. Spero che le eventuali ripercussioni polemiche (non voglio pensare adesso a un sovraccarico di violenza intollerante contro l’apostasia) saranno fronteggiate con altrettanta saggezza e altrettanto coraggio.
Un pregiudizio secolarista vuole che la conversione, come la fede, debba restare un fatto privato, che in questo si esprima la sua sincerità. Ma è falso. I laici veri conoscono la storia della spiritualità umana e sanno che l’interiorità può essere solo il primo nucleo di una conversione o addirittura il suo esito finale quando il vaglio pubblico di un nuovo modo di vedere il mondo, e di essere nel mondo, approdi alla certezza di fede che la creatura umana appartiene alla terra che abita e al cielo che non conosce. Tutto sta alla libertà e all’inclinazione dell’individuo. Un catecumeno non è prigioniero della trasfigurazione radicale del suo animo, è un uomo libero che liberamente si mette alla sequela di Cristo in comunione con un popolo credente e con i suoi pastori. [leggi tutto]
IL PAPA: "DARFUR E TIBET PIAGHE DELL'UMANITA'"
"Le piaghe dell'umanita' aperte e doloranti in ogni lato del pianeta, anche se spesso ignorate o volutamente nascoste, attendono di essere lenite e guarite dalle piaghe del Signore. Apriamoci con sincera fiducia al mistero pasquale". E' stato un messaggio di denuncia ma anche di grande speranza quello letto dal Pontefice dopo la messa pasquale celebrata sul sagrato di San Pietro sotto una pioggia battente. "Come non pensare - ha proseguito il Papa - ad alcune regioni africane, Darfur e Somalia, l'Iraq nel Medio Oriente e il Tibet per il quale si cerca il bene e la pace". La folla bagnata ma festante ha inneggiato un "Viva il Papa" prima che Benedetto XVI desse gli auguri di una santa Pasqua in 63 lingue, ultima il latino. La prima invece l'italiano: "agli uomini di Roma e d'Italia anche sotto la pioggia. Il Signore entri nelle vostre case". Prima di rientrare il Papa ha concesso l'indulgenza plenaria agli astanti e a tutti coloro che hanno seguito la cerimonia guardando la televisione o sentendo la radio.
(AGI) - Roma, 23 marzo -
21 marzo 2008
20 marzo 2008
Diceva il vescovo di Mosul
A Mosul la situazione non migliora, come invece a Baghdad. È evidente che le forze della coalizione, guidate dagli Usa, hanno cominciato a “ripulire” il Paese dal sud, dove forti sono le influenze di Iran e Siria: Basra, Ramadi, Baquba e Baghdad. Man mano che procedevano gli Usa, i terroristi si sono spostati a nord, concentrandosi a Mosul. In questo modo l’America si è assicurata che i terroristi non vadano oltre, senza doversi scontrarsi con i curdi, alleati di Washington. Ma a questo punto la domanda urgente da porsi è: riusciranno mai a ripulire Mosul? Al momento non sembra ci sia una vero e proprio piano d’azione per normalizzare la città, ormai abbandonata a se stessa.
A Mosul la persecuzione religiosa è più evidente ed accentuata che altrove perché la città è divisa su linee appunto di appartenenza religiosa. A differenza di Kirkuk, che è divisa per linee etniche: qui curdi, turcomanni e arabi si contendono i cristiani e cercano di portarli dalla loro parte in diversi modi. A Mosul la divisione tra cristiani e musulmani è molto più netta. Di questa guerra è inutile dire che soffriamo tutti, al di là dell’appartenenza religiosa, ma sta di fatto che i cristiani a Mosul vengono messi ancora davanti a scelte ben precise, oltre alla fuga: la conversione all’islam; il pagamento della jizya - la tassa di "compensazione" chiesta dal Corano ai sudditi non-musulmani; o la morte. I responsabili di tali azioni e intimidazioni sono i terroristi, ma anche gruppi di semplici criminali che si approfittano dell’Islam per trovare modo di arricchirsi. Intanto a Mosul sono rimasti un terzo dei cristiani.
Questo piano è in atto anche nel resto dell’Iraq: medici, avvocati, professori, giornalisti sono presi nel mirino degli attentati. Il progetto è ideato da chi gestisce la politica internazionale e dai Paesi vicini all’Iraq. Nessuno di loro vuole un Iraq libero e indipendente, perché sarebbe troppo forte: possedevamo, infatti, una grande forza intellettuale ed economica insieme. Tenendo il paese debole e diviso lo si domina meglio.
Tratto da un intervista di Asianews a Monsignor Raho nel novembre 2007
14 marzo 2008
E' morta Chiara Lubich
Anzitutto la spiritualità dell'unità suppone una profonda considerazione di Dio per quello che è: Amore, Padre.Come si potrebbe, infatti, avere la visione dell'umanità come di una sola famiglia, senza la presenza di un Padre per tutti?
Credere al Suo amore è l'imperativo di questa nuova spiritualità, il suo punto di partenza; credere che siamo amati da Lui personalmente e comunitariamente.
Egli, infatti, ci conosce nel più intimo, segue ognuno di noi in ogni particolare. "Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati", dice il Vangelo. E non lascia alla sola iniziativa degli uomini il progredire della società, ma se ne prende cura.
Credere all'amore di Dio. E, fra le mille possibilità che l'esistenza offre, guardare a Lui come Ideale della vita.
Ma non basta credere all'amore di Dio.
La presenza e la premura di un Padre chiama ognuno ad essere figlio, a rispondere a quel particolare disegno d'amore che Egli ha su ciascuno di noi, ad attuare cioè la Sua volontà.
E si sa che la prima volontà di un padre è che i figli si trattino da fratelli, si amino; pratichino quella che può definirsi "l'arte di amare" che emerge dal Nuovo Testamento.
Essa vuole che si ami tutti senza discriminazioni; che si ami per primi, senza attendere amore dagli altri; che si ami ognuno come sé. Domanda di far propri i pensieri, i pesi, le sofferenze e le gioie dei fratelli. Vuole che si amino persino i nemici.
E dove quest'amore si vive radicalmente, la gente ne è meravigliata, vuole sapere, ed è trascinata a fare altrettanto. Nasce la rivoluzione dell'amore.
Ma, se questo amore è vissuto da più persone, diventa reciproco.
E Cristo ha lasciato proprio come norma: "Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi". Egli sapeva che questo amore era necessario perché nel mondo si formi quella famiglia umana universale, che supera il concetto di società internazionale; famiglia universale dove i rapporti tra persone, gruppi, popoli, sono tali da abbattere divisioni e barriere di ogni tipo, in ogni epoca.
Lo si sa che chiunque, da solo, si accinga oggi a "spostare le montagne" dell'indifferenza, se non dell'odio e della violenza, ha un compito immane e pesante. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell'amore scambievole, della comprensione reciproca, dell'unità, il movente essenziale della vita.
E perché questo? C'è un perché.
Un elemento di questa nuova spiritualità, preziosissimo, conseguente all'amore reciproco, annunciato anch'esso dal Vangelo, dice: "Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Cristo stesso è presente fra loro e quindi in ciascuno di loro.
E quale possibilità superiore può esistere per coloro che vogliono essere strumento di fraternità e di unità?
Questo amore reciproco, questa unità, che tanta gioia dà a chi la mette in pratica, chiede comunque impegno, allenamento quotidiano, sacrificio.
E qui appare, per i cristiani, in tutta la sua luminosità e drammaticità, quella parola che il mondo non vuole sentir pronunciare, perché ritenuta stoltezza, assurdità, non senso: croce.
L'accettarla, il saperla portare è essenziale per questa spiritualità.
Non si fa nulla di fecondo al mondo senza voler portare la croce.
Tratto dal discorso di Chiara Lubich al PPE nel 1998 [leggi tutto]
13 marzo 2008
Iraq, ucciso il vescovo di Mosul
Il vescovo era stato rapito lo scorso 29 febbraio. Due guardie di sicurezza e l'autista del Presule erano stati brutalmente uccisi a colpi di arma da fuoco dai sequestratori. La richiesta di un riscatto aveva fatto sperare che il rapimento potesse concludersi con il rilascio dell'arcivescovo.
L'informazione è alla base della prevenzione
Parte la settimana di prevenzione del tumore alla prostata
Durante la settimana, oltre alla distribuzione di materiale informativo, è prevista anche una raccolta fondi tramite numerosi eventi e la vendita di cravatte appositamente realizzate da un’idea di Maurizio Marinella. I proventi saranno destinati all’acquisto di apparecchiature per la chirurgia laparoscopica (minimamente invasiva) del tumore della prostata che saranno donate alle Divisioni di Urologia di 3 ospedali italiani: San Raffaele di Milano (nord), Fatebenefratelli di Roma (centro) e Acquaviva delle Fonti di Bari (sud). Il numero verde per le donazioni è 800 99 33 83.
“In Italia il tumore della prostata ha un’incidenza del 12% e ogni anno si registrano 42.804 tumori con 9.070 decessi. 17.000 nuovi casi vengono scoperti ogni anno e di questi il 20% è già allo stadio di metastasi - spiega il prof. Mauro Dimitri, Presidente della World Foundation of Urology – Ad essere maggiormente colpiti sono gli over 50, una fascia d’età che in Italia comprende circa 9.300.000 uomini, tutti potenzialmente a rischio. Il dato diventa ancora più allarmante se si considera che solo il 22% dei maschi italiani tra i 50 e i 70 anni conosce il significato del test del PSA, strumento principale di diagnosi del tumore della prostata, contro il 48% degli uomini negli Stati Uniti”.
Questi numeri fotografano la drammaticità del fenomeno che può essere arginato solo con un’adeguata attività di prevenzione e di diagnosi precoce. Già l’alimentazione da sola può cambiare l’incidenza e la mortalità del tumore alla prostata. Infatti le linee guida per una sana alimentazione sono: dieta a base vegetale, abbondanza di frutta e verdura, alto contenuto di fibre, pochi grassi, pochi cereali, farine e zuccheri raffinati, molti liquidi e un’adeguata attività fisica, che contribuisce al raggiungimento e al mantenimento di un peso ideale.
12 marzo 2008
JANJAWEED: RICEVIAMO ORDINI DA KHARTOUM
Roma, 12 mar. (Apcom) - Il comandante di circa 20.000 miliziani arabi janjaweed (diavoli a cavallo, ndr), attivi nella regione sudanese del Darfur, ammette di ricevere le armi dal governo di Khartoum e di prendere ordini direttamente dal Presidente sudanese Omar al Bashir. "Tutte le apparecchiature che abbiamo, da dove pensi che arrivino? Credi che cadano magicamente dal cielo? Appartengono al governo", ammette Mohammed Hamdan in un'intervista rilasciata alla televisione britannica Channel 4 e riportata oggi dal Daily Telegraph.
Le milizie janjaweed sono accusate dei peggiori crimini commessi nella regione sudanese dall'inizio del conflitto, nel febbraio 2003, che ha causato finora almeno 200.000 morti e oltre 2,5 milioni di profughi e sfollati. Al Bashir ha sempre negato ogni legame con i miliziani, definendoli "ladri e banditi". Hamdan ha parlato con l'emittente britannica nel suo campo nel Darfur del Sud, Um al Qura, accanto a una Toyota Land Cruise dotata di mitragliatrice e uomini armati di mortai, armi anti-aeree e Kalashnikov: "Le armi, le autovetture, tutto quello che vedi, lo riceviamo dal governo".
Hamdan, 31 anni, afferma inoltre di ricevere ordini direttamente dal Presidente sudanese. Il leader arabo precisa di averlo incontrato due volte nel settembre 2006: "Ci chiesero un incontro. Due siti erano caduti sotto il controllo dei ribelli: Un Sidir e Kiryari (nel Darfur del Nord). Dopo la loro caduta, ci chiesero, naturalmente in quanto parte delle forze armate, di andare nelle zone settentrionali. Chiedemmo delle attrezzature che sono queste che vedi ora. Loro ci rifornirono di autovetture e armi, così noi andammo a nord". Il leader janjaweed precisa che i due incontri si svolsero alla presenza del ministro della Difesa, Abdul Rahim Mohammed Hussein: "Uno degli incontri con il Presidente si svolse nella sua abitazione, mentre il secondo si tenne nel quartier generale delle forze armate".
I primi contatti con il governo di Khartoum risalgono però al 2003, quando scoppiò il conflitto. Hamdam afferma di essere stato arruolato proprio per combattere i ribelli: "C'era una chiamata generale alle armi, in tutto il Sudan, dopo lo scoppio della ribellione. Dopo fu il governo sudanese a venire da noi". Secondo il suo racconto, l'esercito "ci mandò degli ufficiali per arruolarci e addestrarci". Hamdan venne addestrato in un campo a ovest di Nyala, la capitale provinciale del Darfur del Sud, insieme ai militari. A riprova di quanto affermato, il leader janjaweed mostra il suo tesserino militare, con su scritto 'Identità degli ufficiali e dei soldati, Commissione delle forze armate per l'intelligence e la sicurezza', seguito dal numero di identificazione, una fotografia e un ologramma delle insegne militari sudanesi. Hamdan respinge infatti l'etichetta di janjaweed, senza però smentire le atrocità che gli altri combattenti arabi hanno commesso in Darfur.
"Abbiamo solo combattuto contro i ribelli - precisa parlando per sè - infatti, ci sono state volte che abbiamo ricevuto l'ordine di prendere parte a operazioni nelle aree civili". Ma Hamdan precisa di essersi rifiutato di obbedire a questi ordini, anche se c'è chi lo smentisce. Una squadra di osservatori inviata dall'Unione africana nella regione sudanese ha scritto in un rapporto che Hamdan era uno dei tre leader janjaweed che guidarono un attacco al villaggio di Adwah il 30 novembre 2004, in cui vennero uccisi oltre 200 civili e le donne picchiate e stuprate.
