18 settembre 2006

IL CONFLITTO IRRAGIONEVOLE TRA ISLAM E RELATIVISMO

Ciò che la dittatura relativista prima e la dittatura islamica poi, sono riuscite a tirar fuori riguardo al discorso del papa, dimostra che i dittatori del nostro tempo non accettano nessun tipo di dialogo e che con inaudita violenza pretendono anche le scuse da chi la pensa diversamente da loro.

Guai a chi dice che l’occidente senza Dio fa paura e che l’Islam senza la ragione è contrario a Dio stesso. Il papa è ormai l’unico punto di riferimento del nostro mondo, come diceva la straordinaria Oriana Fallaci, ma l’occidente vuole invece essere il solo punto di riferimento di se stesso, senza radici cristiane, non esitando ad accendere la miccia fondamentalista, travisando il pensiero del pontefice nei confronti di Maometto.

“L’occidente dovrebbe vergognarsi di chiedere spiegazioni al papa” fatta eccezione per Casini e un pugno di giornalisti seri (Carioti, Allam, Magister, Ferrara) per il resto stampa e politici, da Di Pietro alle testate giornalistiche delle lobby gay (El Pais, New York Times, Repubblica) tutti a richiedere le scuse del papa, tutti a inventarsele dopo l’Angelus in cui il pontefice ha fatto chiarezza e si è detto rammaricato, ma giustamente non ha chiesto scusa a nessuno. Scusa di cosa poi? Di quello che i mass media relativisti hanno fatto credere ai mass media islamici, che poi a loro volta hanno riportato in modo inesatto al mondo musulmano. Eppure il discorso di Ratisbona lo possono leggere tutti, il chiarimento di Bertone pure, il riferimento fatto dal papa stesso prima dell’Angelus anche. E allora? Per cosa è stata uccisa la povera suora missionaria a Mogadiscio? Per colpa del discorso di Benedetto XVI? Perché il pontefice non si è prontamente scusato? O forse per colpa delle due dittature predominanti, quella islamica e quella relativista, per le quali ogni occasione è buona per farsi la guerra, il pretesto possono essere delle stupide vignette o uno straordinario discorso accademico, non fa differenza, basta che a pagare siano sempre i cristiani, sacerdoti e suore missionarie a costo della vita, perché quando due stupidi elefanti si danno battaglia è sempre e solo l’erba ad essere calpestata.

Darfur, prigione a cielo aperto

Centotrentamila profughi abbandonati agli squadroni della morte

Di fatto, al di fuori dei grandi agglomerati, spesso tenuti dalle forze governative, la maggior parte della provincia è stata dichiarata, con il motivo della crescente insicurezza, off limits alle organizzazioni umanitarie. Dopo che i raid janjawid li hanno privati dei loro campi, centinaia di migliaia di sudanesi ora sono privati di ogni soccorso. Il governo intende inviare ingenti rinforzi militari a Nyala e, soprattutto, a El Fasher. La decisione prelude forse a nuovi massacri che, potrebbero, stavolta, essere perpetrati su più ampia scala e a porte chiuse? Le minacce alla stampa straniera e le sanzioni recentemente decise da Khartoum contro le ong possono lasciarlo credere.[leggi tutto]

15 settembre 2006

Le reazioni alla morte di Oriana Fallaci

NANCINI: «MI DISSE CHE VOLEVA MORIRE A FIRENZE»
Oriana Fallaci «voleva morire a Firenze, come lei stessa, nella sua ultima uscita pubblica, nel febbraio scorso, a New York, mi aveva confidato. Così è stato». Riccardo Nencini, presidente del Consiglio Regionale della Toscana, parla così della scrittirce scomparsa stamattina all'età di 77 anni. «Oriana Fallaci ci ha lasciato - ha affermato Nencini - non sarà facile dimenticare, per me, ma credo per tutti i fiorentini e i toscani, la donna dura, combattiva e contrastata, che amava la sua Firenze di un amore sconfinato».
Il presidente del parlamento regionale ha spiegato che «la medaglia del Consiglio regionale della Toscana, consegnatale a New York, dove ormai viveva da tanti anni, ha voluto essere un omaggio a lei, alla sua opera di grande giornalista e scrittrice, alla donna di ferro, forgiata giovanissima nella lotta per la resistenza e membro del corpo dei volontari della libertà, ma soprattutto alla testimone dei nostri tempi per la quale 'la libertà era un dovere prima che un dirittò. A Firenze è morta, guardando dal suo letto di ospedale la sua amata città, la cupola di Santa Maria del Fiore, il campanile di Giotto, Palazzo Vecchio, Firenze tutta, con gli occhi, fin dove poteva, e poi, come lei stessa ha confidato ad un amico negli ultimi istanti di vita cosciente, con il cuore».

IL CORDOGLIO DELLA FNSI
Il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana(Fnsi), Paolo Serventi Longhi, in una nota esprime il cordoglio per la morte di Oriana Fallaci. «Nell'esprimere cordoglio per la scomparsa di Oriana Fallaci - dice Serventi Longhi - ricordo la grande giornalista, coraggiosa e attenta, ma anche l'intellettuale le cui più recenti opinioni giudico non condivisibili e per molti versi pericolose. Oriana Fallaci ha rischiato di persona per raccontare da inviata alcuni degli episodi più significativi della storia contemporanea».
«Una carriera giornalistica brillante e aggressiva - aggiunge - mai banale e disinformata. Occorre anche ricordare la sensibilità umana della Fallaci, i drammi di madre mancata e la grave malattia. Non ho condiviso però il giudizio radicale, sbagliato e pericoloso, che ha raffigurato un debole occidente vittima dell'aggressione delle altre culture, specie dell'Islam. Una difesa talvolta violenta della civiltà occidentale che non ha aiutato a combattere il terrorismo e gli integralismi».
Per il segretario della Fnsi «il rifiuto della tolleranza e del rispetto reciproco tra culture diverse, valori allo stesso tempo laici e religiosi, ha portato Oriana Fallaci a concepire l'informazione come un veicolo per l'affermazione delle opinioni più radicalmente filo occidentali. Una posizione non omogenea all'esigenza di pluralismo e di libera circolazione delle notizie che la gran parte delle donne e degli uomini di tutto il mondo esprimono con sempre maggiore convinzione».


ROTONDI: «ERA LA COSCIENZA CRITICA DELL'OCCIDENTE»
«Con Oriana Fallaci se ne va una grande scrittrice; se ne va la coscienza critica di un Occidente piegato su se stesso; se ne va il coraggio di una donna che, con le sue battaglie, ha scosso gli animi dell'Europa; se ne va una persona per bene che ha avuto sempre la forza di chiamare le cose con il loro nome, una delle sensibilita' piu' anticonformiste del nostro tempo. A Oriana Fallaci vanno la mia preghiera e il mio pensiero».
Cosi' il segretario della Democrazia Cristiana, Gianfranco Rotondi, ricorda Oriana Fallaci.

IADL: «E' AL COSPETTO DI HALLAH, DOVREBBE PREOCCUPARSI»
«La Fallaci è al cospetto di Allah. Dovrebbe preoccuparsi»: è il commento di Dacia Valent portavoce della Islamic Antidefamation League (IADL). quasi impossibile manifestare pietà per un personaggio come Oriana Fallaci« dice Valent che definisce la Fallaci »una dei più attivi araldi dell odio razziale e religioso«. Secondo Valent »una vita spesa nell odio, difficilmente produce amore e solidarietà« e il suo »odio per le minoranze etniche e religiose, il suo disprezzo per neri, semiti e musulmani, ora che vede la morte e vede Dio, deve essere un peso intollerabile, dal quale non può più nascondersi o fuggire. Ora che è al cospetto di Allah, se fossimo in lei saremmo molto, ma molto preoccupati».

CALDEROLI: «PIANGO IL SIMBOLO DI CULTURA E LIBERTA'»
«Piango la morte di un simbolo della cultura, dell'onestà intellettuale e della liberta». Così Roberto Calderoli vuole ricordare Oriana Fallaci, morta nella notte.«Piango chi, nonostante la propria malattia, ha previsto e denunciato i rischi del diffondersi del fondamentalismo islamico in mezzo a un mare di omertà e silenzio vigliacco. Oriana Fallaci - continua Calderoli - ha dato lezioni al mondo e li ha dati anche ai Capi di Stato, dimostrando la tempra di una donna indomita: ma resta il rammarico che chi avrebbe potuto nominarla senatore a vita, per ben altri meriti rispetto ad altri nominati, non lo abbia fatto e di aver privato quindi il Senato della possibilità della sua presenza a Palazzo Madama, anche se per un breve tempo».

CASINI: «SUOI SCRITTI SIANO ANCORA MOTIVO DI RIFLESSIONE»
«Oriana Fallaci è stata la più grande giornalista italiana dell'ultimo secolo. Una donna straordinaria, una scomoda testimone dell'Occidente e dei suoi valori, uno spirito critico implacabile davanti alle nostre timidezze e pavidità». Così il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini commenta la scomparsa della giornalista. «Oriana Fallaci e i suoi scritti - conclude Casini - dovranno ancora per lungo tempo essere motivo di riflessione per tutti noi».

[leggi tutte le reazioni]

Medici Senza Frontiere in Darfur

Dall'inizio del 2004, Medici Senza Frontiere (MSF) gestisce In Darfur diversi progetti di assistenza ed è presente con uno staff di 123 operatori internazionali e 2233 operatori nazionali nelle tre province (Darfur settentrionale, Darfur meridionale e Darfur occidentale). Con un budget totale, per il 2006, di circa 20 milioni di euro, è una delle operazioni più importanti di MSF a livello mondiale.[leggi tutto]

ISLAM, MAURO: DIFENDIAMO IL PAPA SENZA SE E SENZA MA

"Difendiamo il Papa senza se e senza ma, difendiamo la ragione": lo afferma, in una nota, l'on. Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento europeo, commentando le reazioni al discorso tenuto da Papa Benedetto XVI in Germania. "Il mostruoso tentativo da parte di molte realtà islamiche, anche cosiddette moderate, di trasformare la mano tesa di Benedetto XVI in un'occasione per scagliarsi contro i cristiani e l'occidente ci fornisce la misura di quanto grave sia il pericolo che corriamo" continua Mauro, sottolineando come "l'ideologia islamo-nazista che permea il pensiero dei fondamentalisti rappresenta la più drammatica mistificazione dell'uso della ragione".

"Si prende Dio a pretesto per un progetto di potere - prosegue Mauro - è questo che il Papa ha colpito difendendo così la libertà di tutti, in primis, dei musulmani che guardano alla religione come esperienza di senso della vita e non come scorciatoia per il potere politico. "Fa specie - conclude Mauro - che manchi all'appello dei difensori delle parole del Vicario di Cristo il nome di tanti, troppi, che hanno responsabilità politiche. Quasi che la politica si vergognasse o fosse vigliacca nel difendere la ragione e la libertà".

13 settembre 2006

Darfur: Onu, Situazione In ''Caduta Libera''

(ASCA-AFP) - Nairobi, 12 set - Il Darfur e' in ''caduta libera'', e per questo motivo le potenze mondiali devono insistere nello schieramento di caschi blu per evitare un collasso della regione: questa la valutazione del coordinatore capo per gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite Jan Egeland. A meno che il Sudan non abbia obiezioni circa l'invio di una forza di pace, con Khartoum che comunque ha gia' rifiutato il passaggio delle operazioni di pace dall'Unione Africana all'Onu, la maggior parte se non tutte le organizzazioni di aiuto straniero sarebbero pronte all'abbandono della regione se venisse a mancare la protezione dei caschi blu: cosa, questa, che lascerebbe la popolazione esposta ad ulteriori rischi . ''In Darfur - ha affermato Egeland - siamo in caduta libera. Le organizzazioni sono in procinto di andarsene. Se se ne vanno, sara' come mettere un tappo e non effettueremmo alcun servizio sul territorio, lasciando cosi' cenitinaia di migliaia di persone senza assistenza. Abbiamo bisogno che le forze Onu evitino il collasso''. (Piu'Europa).

12 settembre 2006

Darfur: Annan, "Situazione ha raggiunto punto critico"

NEW YORK -Il segretario generale dell'Onu Kofi Annan ha avvertito che i dirigenti sudanesi ''saranno ritenuti collettivamente e individualmente responsabili di cio' che avverra' alla popolazione del Darfur'', se continueranno a impedire l'arrivo di caschi blu. Annan ha poi definito il recente dispiegamento di migliaia di militari sudanesi nel Nord del Darfur una chiara violazione degli Accordi di Pace. ''Condanno con forza questa escalation. Il governo dovrebbe fermare questa offensiva immediatamente ed astenersi da altre azioni analoghe''. "La tragedia in Darfur ha raggiunto un momento critico. Merita la piu' grande attenzione di questo consiglio e un'azione urgente". Lo ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan di fronte ai membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite parlando della situazione della martoriata regione occidentale del Sudan.

Centinaia di migliaia di persone in Darfur - la martoriata regione occidentale del Sudan - hanno un sempre più disperato bisogno di cibo in quanto i combattimenti e gli atti di banditismo hanno sostanzialmente impedito la distribuzione degli aiuti seppur essenziali. Lo riferisce un comunicato del Programma alimentare mondiale dell'ONU (PAM).

Kenro Oshidari, responsabile del PAM in Sudan, precisa che i problemi di mancanza di sicurezza hanno completamente impedito da agosto la distribuzione di cibo a circa 335.000 persone nel Nord del Darfur, e a 120.000 nel Sud.

Una situazione definita "critica e disperata", considerando che in Darfur quasi tre milioni di civili dipendono interamente dagli aiuti umanitari sia per il cibo che per la sanità.

11 settembre 2006

08 settembre 2006

Così Beshir approfitta del vuoto di potere internazionale in Darfur

Il presidente sudanese contro le forze dell’Onu. Annan denuncia il pericolo. La strategia della Casa Bianca

L’intransigenza del regime sudanese mette in pericolo un intervento sul Sudan che il presidente americano, George W. Bush, ha sviluppato subito dopo l’11 settembre all’insegna del più corretto multilateralismo con l’Onu e con l’Unione europea, rifuggendo dalla logica dell’intervento militare. Smentendo le analisi della sinistra europea e anche la politica “muscolare” dell’Amministrazione Clinton – che bombardò per due giorni, con risultati risibili, Khartoum dopo gli attentati del 1998 in Kenya e Tanzania – Bush ha sempre agito in Sudan in raccordo stretto con le istituzioni internazionali, puntando soprattutto sulla forza di persuasione degli incentivi economici. E’ stata un’esperienza quinquennale, incentrata sul multilateralismo – che non è certo una “scoperta” odierna dell’Amministrazione americana – e oggi in grande difficoltà. Il Sudan è uno dei centri principali del fondamentalismo e del terrorismo islamico. Il regime militare al potere dal 30 giugno 1989 nacque per imporre la sharia anche alle popolazioni cristiane e animiste (scatenando così una guerra civile), è stato spalleggiato dai Fratelli musulmani e dal fondamentalista Hassan al Turabi, ha ospitato Osama bin Laden, si è alleato con Saddam Hussein e ha anche tentato di costruire una sua “internazionale fondamentalista”.[leggi tutto]

Darfur: il grido d'allarme dell'Acnur

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, António Guterres, ha oggi messo in guardia la comunità internazionale sul fatto che il deteriorarsi della situazione nella regione sudanese del Darfur rischia di innescare un'altra ondata di esodi forzati, suscettibile di destabilizzare l'intera regione.

"Le Agenzie umanitarie si stanno già adoperando in tutti i modi per far fronte agli ingenti bisogni dei circa 2 milioni di sfollati interni in Darfur e degli oltre 200mila rifugiati che si trovano in 12 campi gestiti dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) al di là del confine con il Ciad", ha detto Guterres. "Il deteriorarsi della situazione della sicurezza ci impedisce di fornire aiuti in vaste aree del Darfur, mentre nel confinante Ciad le nostre risorse si stanno esaurendo. La situazione, già molto grave, sta peggiorando giorno dopo giorno".[leggi tutto]

05 settembre 2006

Darfur: Gli osservatori di pace si ritireranno a fine settembre

L’Unione Africana (Ua) ha deciso di ritirare dal Darfur il suo contingente di circa 7.700 osservatori alla fine del mese, come previsto dalla scadenza del mandato: lo ha comunicato stasera il rappresentante dell’organizzazione in Sudan, Baba Gana Kingibe.

“Il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana si è riunito oggi ad Addis Abeba e ha deciso di riconfermare che la sua missione in Darfur terminerà il 30 settembre”. In giornata il governo del Sudan – che si oppone all’invio in Darfur della missione di pace approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu la scorsa settimana – aveva detto all’Ua che un prolungamento della sua presenza era possibile, ma non sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Beata Teresa di Calcutta (Agnes Gonxha Bojaxiu)


“Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10,44).

Queste parole di Gesù ai discepoli, risuonate poc’anzi in questa Piazza, indicano quale sia il cammino che conduce alla “grandezza” evangelica. E' la strada che Cristo stesso ha percorso fino alla Croce; un itinerario di amore e di servizio, che capovolge ogni logica umana. Essere il servo di tutti!

Da questa logica si è lasciata guidare Madre Teresa di Calcutta, Fondatrice dei Missionari e delle Missionarie della Carità, che oggi ho la gioia di iscrivere nell’Albo dei Beati. Sono personalmente grato a questa donna coraggiosa, che ho sempre sentito accanto a me. Icona del Buon Samaritano, essa si recava ovunque per servire Cristo nei più poveri fra i poveri. Nemmeno i conflitti e le guerre riuscivano a fermarla.

Ogni tanto veniva a parlarmi delle sue esperienze a servizio dei valori evangelici. Ricordo, ad esempio, i suoi interventi a favore della vita e contro l’aborto, anche in occasione del conferimento del Premio Nobel per la pace (Oslo, 10 dicembre 1979). Soleva dire: “Se sentite che qualche donna non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bimbo. Io lo amerò, vedendo in lui il segno dell’amore di Dio”.[leggi tutto]

Darfur, Sudan a Ua: sì a truppe, ma niente Onu

KARTUM (Reuters) - Il Sudan permetterà alle forze dell'Unione Africana di rimanere a monitorare la fragile tregua nella regione del Darfur solo a patto che queste non vengano inglobate in una missione delle Nazioni Unite e che il loro mandato sia esteso oltre il 30 settembre.

Lo ha annunciato oggi un consigliere del presidente sudanese.

Ieri un portavoce del ministro degli Esteri aveva chiesto che le truppe dell'Ua fossero ritirate alla scadenza del loro mandato. Oggi, però, il governo di Kartum sembra aver cambiato idea, e ha avvertito che nella turbolenta zona occidentale potrebbe svilupparsi una vera guerra in caso fossero ritirati tutti i soldati.[leggi tutto]

Darfur: Commissione Europea Invita Sudan Ad Accettare Caschi Blu

ASCA-AFP) - Bruxelles, 4 set - La Commissione europea ha esortato nuovamente il Sudan ad accettare il dispiegamento di Caschi blu nella regione del Darfur, mentre Khartum ha appena chiesto all'Unione Africana di ritirare la sua forza di mantenimento della pace. ''Speriamo che le autorita' sudanesi comprendano che questa missione (dell'Onu - ndr) e' importante, che questa missione aiutera' la popolazione a tornare a casa e a riprendere la propria vita'', ha dichiarato Amadeu Altafaj, portavoce del commissario europeo all'Aiuto umanitario Louis Michel. Giovedi', l'Onu ha votato una risoluzione che prevede la sostituzione della missione dell'Unione Africana (Amis), mal equipaggiata e con pochi finanziamenti, da parte dei Caschi blu. Khartum, pero', che denuncia un ''intervento straniero'', vi si oppone con fermezza e il presidente Omar el-Beshir ha presentato da parte sua un piano che prevede il dspiegamento di 10.5000 soldati sudanesi per ristabilire la sicurezza nella provincia. Khartum oggi ha anche confermato di aver chiesto all'Ua il ritiro della sua forza di pace entro la fine di settembre. ''E' necessario passare dall'Amis a una missione dell'Onu con un mandato che le dia piu' capacita' per agire sul terreno'', ha ripetuto Altafaj. I sudanesi ''devono essere essere rassicurati sul fatto che non ci sara' alcun cambiamento importante tra la missione attuale e quella che sara' condotta dall'Onu, che sara' principalmente una missione africana'', ha aggiunto, precisando che Bruxelles continua i contatti con Khartum per convincerla ad accettare la nuova forza. ''Speriamo che il dialogo sia produttivo, non e' concluso'', ha affermato. La regione del Darfur, nell'ovest del Sudan, dal febbraio del 2003 e' in preda a una guerra civile e a una crisi umanitaria che hanno fatto tra i 180.000 e i 300.000 morti e almeno 2,4 milioni di rifugiati . (Piu' Europa).

04 settembre 2006

Sudan: Darfur, ripresi gli scontri

KHARTOUM (Sudan) - La missione dell'Unione Africana nel Darfur ha confermato che sono ripresi i combattimenti nella regione del Sudan occidentale. "Informazioni del comando delle forze africane in Darfur parlano di combattimenti che continuano dal 28 agosto nel settore di Koukoul, Sayah, Abousakeri e Gabr al Kafoud, nel Darfur settentrionale", ha detto Noureddin Mezni, portavoce della missione dell'Ua a Khartoum. "La tensione e' continua". (Agr)

SUDAN: KHARTUM CHIEDE RITIRO FORZA UNIONE AFRICANA

Il governo del Sudan ha chiesto al contingente dell'Unione africana, dispiegato nel Darfur per monitorare la fragile tregua, di lasciare la regione allo scadere del mandato il 30 settembre. Lo ha reso noto il portavoce del ministero degli Esteri sudanese, Jamal Ibrahim. "Chiediamo loro di andarsene, giacche' hanno lasciato intendere di non essere in grado di continuare la loro missione. Questa e' la decisione definitiva", ha detto il portavoce. Nei giorni scorsi il Consiglio di sicurezza ha approvato l'invio di 'caschi blu' dell'Onu per rilevare il mandato del contingente dell'Unione africana, formalmente non piu' in grado di sostenere i costi della missione nella regione in cui si sta consumando una catastrofe umanitaria. Ma il governo di Khartum ha respinto la decisione del Palazzo di Vetro definendola "illegale".
La guerra civile in Darfur inizio' a febbraio del 2003, quando alcuni gruppi guerriglieri vicini alle comunita' animistiche e cristiane, di etnia non araba, si ribellarono alle autorita' di Khartum. Queste ultime in risposta mobilitarono le milizie filo-arabe e musulmane dei Janjaweed, oggi accusate di uccisioni in massa, stupri, torture e saccheggi.
Ibrahim ha fatto presente che il governo di Khartum non ha gradito l'approvazione data dall'Unione Africana al passaggio delle consegne ai 'caschi blu' delle Nazioni Unite. "A nostro avviso non hanno il diritto di trasferire il loro compito ad altri. Siamo noi che decidiamo se l'Unione Africana puo' continuare o meno la missione", ha detto il portavoce nel sottolineare che il governo e' ancora impegnato al rispetto degli accordi di pace sottoscritto lo scorso maggio soltanto da una delle tre fazioni ribelli che hanno accettato di negoziare. Quell'accordo e' stato respinto da decine di migliaia di abitanti del Darfur e non sono mancati attacchi alla forza africana giudicata non piu' imparziale. Ibrahim ha detto anche che il governo applichera' il suo piano per il Darfur sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, che prevede, tra l'altro, l'invio di 10.500 uomini dell'esercito governativo nella regione. (AGI)

Sudan: Lega Araba, precipitosa decisione ONU invio forze

IL CAIRO - La Lega araba considera "precipitosa" la decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di inviare una forza di pace internazionale in Sudan. La situazione in Sudan è sempre più complicata, ha detto oggi al Cairo Hisham Youssef, della segreteria generale della Lega.

L'organizzazione ha convocato per mercoledì una riunione dei ministri degli Esteri del Comitato per il Sudan per esaminare la decisione dell'ONU di inviare truppe nel Darfur.

La missione, 22'600 soldati che dovranno proteggere i civili nella regione del Sudan occidentale dopo tre anni di guerra, è stata approvata giovedì dal Consiglio di sicurezza, con un costo previsto di 1,7 miliardi di dollari l'anno.

02 settembre 2006

Il governo sudanese respinge il dispiegamento dei Caschi Blu nel Darfur, ma la stampa locale è più conciliante

Khartoum (Agenzia Fides)- “All’inizio ero anch’io titubante sull’intervento delle truppe ONU nel Darfur perché conoscevo la contrarietà del governo e di una parte della popolazione sudanese. Poi però di fronte al deterioramento della situazione umanitaria mi sono convinto che occorreva un’azione più energica di quella finora condotta” dice all’Agenzia Fides Mons. Antonio Menegazzo, Amministratore Apostolico della diocesi di El Obeid, in Sudan, all’indomani dall'adozione di una risoluzione che prevede il dispiegamento di una forza ONU rafforzata in Darfur.
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Darfur: rischio guerra nel giro di giorni, dice inviato Ue

HELSINKI (Reuters) - Il conflitto in Darfur, la regione occidentale del Sudan scossa da anni di violenze, potrebbe conoscere un'escalation sfociando in combattimenti diffusi entro poche settimane o addirittura pochi giorni: lo ha detto oggi l'inviato speciale dell'Unione europea.[leggi tutto]

Darfur: a Mornay arriva il colera dopo la riduzione negli aiuti

Nelle ultime due settimane otto persone, tra cui un bambino di cinque anni, hanno perso la vita a causa del colera a Mornay, nel Darfur occidentale. Il team di Medici Senza Frontiere (MSF) ha già trattato oltre 60 pazienti. La situazione si prospetta ancora più tragica dopo il ritiro da parte di alcune agenzie umanitarie dei programmi di assistenza per le persone che vivono nei campi sfollati in Darfur.[leggi tutto]

01 settembre 2006

Nuovo talento italiano

«Vinco con l’Under e poi vado al Newcastle»
Giuseppe Rossi, italiano d’America che gioca in Inghilterra, è stato ceduto in prestito dal Manchester United: «Ma ora segno all’Islanda»

Dall’inviato
Rinaldo Boccardelli
REYKJAVIK - Ironia della sorte, Giusep­pe Rossi ha saputo di essere stato ceduto in prestito al Newcastle dentro il piccolo aereo dell’Under 21 fermo a far riforni­mento nell’aeroporto di... Newcastle, pri­ma di riprendere il volo per Reykjavik ( «dove ho firmato e rispedito per fax il contratto»
ammette divertito). Di Pablito ha l’aria tranquilla e la stazza fisica non certo trascendenta­le. Ma anche gli occhi furbi e veloci di chi è rapido di pen­siero, soprattutto in zona gol.
Ecco un altro signor Rossi che si profila nella storia del calcio italiano. Un ragazzo di 19 anni dalla vicenda uma­na curiosa e affascinante, che di Paolo Rossi sa solo (ma lo sa molto bene) che è passato come un uragano sui mondiali dell’82 vincendoli da capocannoniere, con 6 gol in 3 partite. Lui, Giuseppe, di gol in Premier League ne ha segnato solo uno, ma già fanno 4 se ci mettiamo quelli nelle coppe. Perchè il giovane signor Giuseppe Rossi fino all’altro giorno ha giocato nel Manchester United, non in una squadra qualsiasi, ed ora minaccia una marea di gol accanto a Martins nel Newcastle, ce­duto in prestito con la benedizione di Fer­guson che lo adora ( «almeno potrà gioca­re con continuità, ma poi torna qui» ) e con la clausola scritta, riservata solo ai big, che quando il Newcastle calerà all’Old Trafford, Rossi non sia in campo da av­versario. E perchè sia finito lì fa parte di una storia che inizia molto lontano: in America.

Diciannove anni ma già tanto da rac­contare.

«Sono nato nel New Jersey, Stati Uniti, ma papà Fernando è di Chieti e mamma Cleonilde di Isernia. Si sono conosciuti negli States e nell’87 sono arri­vato anch’io.

Dunque, primi calci a stelle e strisce.

«Sì, praticamente da subito, nei Clifton Stallions, suona be­ne, anche se nessuno li conosce».
Poi il Parma. Come è successo?
«Che tornando in estate per le vacanze, ho frequentato una scuola calcio estiva. Qualcuno mi ha notato e segnalato al Par­ma. Mi hanno chiamato per un provino. Preso».

Cinque anni e 205 gol dopo (tante sono le reti messe a segno da Rossi nelle giova­nili del Parma fino alla primavera), si pre­senta qualcuno del Manchester United.

«Sembrava uno scherzo e invece era ve­ro. Mi avevano visto negli europei under 17 e fatto seguire a Parma. L’offerta per la società gialloblù era buona e così a soli 17 anni mi sono trasferito a Manchester».

E con la famiglia?
«Io e mio padre siamo diventati dei tra­svolatori, mia madre e mia sorella Tina so­no rimaste in America, ma ogni volta che è possibile ci riuniamo».

Calcio inglese e calcio italiano.
«Quello british è più veloce, più atletico. Quello italiano più tecnico e tattico».
L’impatto con gli inglesi, i giocatori che ha più ammirato.
«L’Old Trafford ti dà una ca­rica eccezionale, Scholes e Giggs due fenomeni, ho cerca­to di rubare loro qualche se­greto. Scholes mette la palla dove vuole, Giggs ha un drib­bling ubriacante».
E del signor Paolo Rossi co­sa sa?
«Molto, ho visto in televisione i suoi gol mondiali, mio padre mi ha raccontato ab­bastanza. Sarebbe fantastico seguire le sue orme».

Qualcuno è perplesso. Questo Giusep­pe Rossi è bravino ma troppo piccolo, esi­le.

«Rispondo che nel mondo ci sono cam­pioni acclarati di ogni dimensione. E alla fine i più forti di tutti sono i più piccoli: Maradona, Messi, lo stesso Del Piero non è così alto».

L’obiettivo inglese.
«Giocare tanto e segnare altrettanto».
E quello italiano.
«Vincere l’europeo con la maglia del­l’Under 21 e sognare in grande, la maglia della nazionale maggiore, poter giocare in­sieme a gente cone Totti e Pirlo, Gattuso».
Tifoso del...
«Milan. Sono cresciuto a pane, Gullit e Van Basten. Ero in America e la domeni­ca mattina, per via del fuso orario, io e mio padre non ci perdevamo una partita del campionato italiano. Milan soprattutto».

Un paio di gol sfiorati nell’a­michevole dell’Under a Gros­seto.

«Almeno uno dovevo met­terlo dentro. Forse l’ho con­servato per l’Islanda».

Ma quando pensa in campo, lo fa in inglese o in italiano?

«Curiosamente, quando gio­co in Inghilterra penso in ita­liano e quando gioco in Italia ragiono in inglese. Ma quando c’è da esultare o da sfogare qualche malumore mi esce in ita­liano ».
Oltre il calcio?
«La famiglia, qualche bel film, una man­giata con gli amici».
In Inghilterra?
«Sì, ma rigorosamente in ristoranti ita­liani doc, testati in precedenza».
Tutti gli ingredienti giusti per decolla­re nel calcio che conta in questo concen­trato di Abruzzo-Molise, Usa, Parma e Manchester. A 19 anni il signor Rossi ne ha già fatta di strada, in tutti i sensi. Ma­gari è anche fidanzato.

«Certo, si chiama Maria e sta a Parma. Baci».

Darfur, via libera ai caschi blu

L’Onu attende il sì del Sudan per inviare altri 12.500 uomini[leggi tutto]

29 agosto 2006

La nuova tecnica di prelievo delle cellule non salva gli embrioni.


Dal Corriere della Sera del 27-8-2006

Accuse alla prestigiosa rivista scientifica
Staminali, falsa la svolta di «Nature»
La nuova tecnica di prelievo delle cellule non salva gli embrioni.


ROMA — È forse destinato ad allungarsi il già nutrito elenco di false scoperte scientifiche. L'ultimo caso è clamoroso e riguarda un annuncio che pochi giorni fa ha fatto il giro del mondo. La creazione di linee di staminali ottenute con una tecnica nuova e senza distruggere embrioni nei laboratori dell'Advanced Cell Technology (Act), società privata con sede a Worcester. La ricerca anticipata da Nature in versione elettronica ha acceso gli entusiasmi di chi già prevedeva la risoluzione dei dilemmi etici sull'uso degli embrioni umani come sorgenti di cellule bambine.

A gettare ombra sul presunto scoop scientifico le obiezioni rilanciate per email dal leader degli attivisti americani Pro Life, Richard Doerflinger. Che ha contestato in tre punti i risultati di Robert Lanza, primo firmatario del lavoro, sostenendo che il suo gruppo ha mistificato i dati e che cioè, a leggere tra le righe, nessuno degli embrioni è sopravvissuto agli esperimenti. Particolare chiave che invece il comunicato iniziale con cui Nature ha anticipato la notizia non aveva evidenziato facendo intendere il contrario e autorizzando i media mondiali ad annunciare in prima pagina la rivoluzione. Sia lo studio uscito il 24 agosto sia il comunicato seguente parlavano della possibilità di non danneggiare gli embrioni sottoposti alla biopsia per il prelievo della cellula. Alle critiche dell'esponente della Conferenza statunitense dei vescovi cattolici ha risposto a distanza di pochi giorni lo stesso Lanza sempre sulle pagine online della rivista, iniziativa inusuale, ammettendo apertamente che gli embrioni «did not remain intact», non sono rimasti intatti e che la vera novità consisteva nel fatto di aver ottenuto staminali non da un grumo di cellule ma da un singolo blastomero, ovvero da una sola di esse.

Se così è davvero andata, diverse figure hanno giocato la loro parte in questa presunta farsa scientifica. Non solo Robert Lanza, nome di prestigio, staminalista di indiscusse capacità che tra l'altro ha scritto i volumi sulle Stem Cells, vera e propria bibbia per gli uomini di laboratorio. Ma anche gli stessi editorialisti di Nature che non più di qualche settimana fa avevano lanciato l'allarme sulle ricerche «taroccate» e sull'intraprendenza dei ricercatori bugiardi come Woo Suik hwang, il coreano autore della balla più celebre: la clonazione di staminali da cellule adulte. Gli unici vantaggi dell'ultimo pasticcio per il momento non sono di ordine etico ma economico. Dopo l'anteprima di Nature le azioni dell'Act devono essere volate alle stelle. Nella sua email Doerflinger ha contestato anche l'uso non appropriato delle foto unite all'articolo del gruppo americano. Angelo Vescovi, San Raffaele, è scandalizzato: «Di sicuro in quest'affare molti hanno voluto fare i furbi. Non so se c'è stato dolo o è stata una involontaria mancanza di chiarezza. Ma certo se le cose stanno così e gli embrioni non sono preservati la ricerca non meritava di comparire su Nature perché non aggiunge molto a quello che già si sapeva». Carlo Alberto Redi invece difende Lanza: «Non paragoniamolo per favore a Hwang. È un vero maestro, escludo che possa avere interessi mercantili e che sia autore di un broglio».

Margherita De Bac
27 agosto 2006

24 agosto 2006

I veri laici dialogano con la fede

Della laicità ci sono due versioni. Una sostiene che la religione deve essere separata dalla politica, e perciò la Chiesa deve essere separata dallo Stato. L’altra sostiene che la politica, e perciò lo Stato, deve essere gestita secondo criteri soltanto profani. Sembrano due versioni simili, ma non lo sono. Benché entrambe partano dalla distinzione tra «sfera pubblica» e «sfera privata», la concepiscono in modo diverso. Nella prima versione, la sfera pubblica è una libera arena in cui tutte le professioni religiose sono libere di giocare un ruolo. Nella seconda versione, la sfera pubblica è invece uno spazio vuoto in cui a nessuna professione religiosa è consentito di esprimersi. Di conseguenza, la prima versione consente che la politica sia orientata dalla religione. La seconda versione no: per essa qualunque elemento religioso trasferito nella vita politica è - come dicono i nostri laici - un’interferenza inammissibile.Per distinguerle e intenderci, conviene chiamare queste due versioni con nomi diversi. Diciamo allora che la prima versione è quella americana, in cui vale la socializzazione della religione come diritto delle varie comunità dei credenti ad esprimersi nella vita politica. La seconda versione è quella francese, in cui vale invece la privatizzazione della religione, o il suo confinamento nel «ghetto della soggettività», come si espresse a suo tempo il cardinale Ratzinger. Sempre nel tentativo di usare parole appropriate, possiamo dire che la prima versione è quella laica, la seconda è quella laicista. È mia opinione che il modello laicista francese abbia ormai conquistato l’Europa. È inoltre mia opinione che questo laicismo scavi, anche in Italia, nel tessuto della nostra tradizione come una malattia devastante. [leggi tutto]

23 agosto 2006

DARFUR: APPELLO UE, "RISPETTARE CESSATE IL FUOCO"

L'alto rappresentante europeo per la Politica estera, Javier Solana, ha incaricato il suo rappresentante speciale per il Sudan, Pekka Haavisto, di recarsi nel Paese la prossima settimana per cercare di "evitare una recrudescenza della violenza" in Darfur. Solana si e' detto "profondamente preoccupato" per l'aggravarsi della situazione nella tormentata regione occidentale del Sudan, e si e' appellato a tutte le parti coinvolte affinche' "sia rispettato l'accordo per il cessate il fuoco" siglato lo scorso 5 maggio.
Il capo della diplomazia europea ha ribadito che il governo di Khartum "dovrebbe aprire i negoziati ai gruppi ribelli che non hanno firmato l'accordo di pace e che questi ultimi dovrebbero aderirvi".
Solana ha anche ricordato che "la Ue sostiene pienamente gli sforzi dell'Unione africana e delle Nazioni Unite per conseguire una transazione positiva, senza la quale nessuna soluzione realista alla crisi in Darfur e' possibile".
Nell'incontro di maggio tra i delegati del governo e il piu' grande gruppo ribelle della martoriata regione, il Movimento di liberazione del Sudan (Slm), solo una delle tre fazioni che lo compongono, quella guidata da Minni Arcua Minnawi, ha accettato i termini dell'accordo.
Il conflitto in Darfur ha provocato in tre anni piu' di 200mila morti e almeno 2 milioni di sfollati. I ribelli della regione presero le armi nel 2003 accusando Khartum di discriminazione verso gli africani neri residenti in Darfur. In risposta agli attacchi ribelli, le milizie arabe filogovernative Janjaweed lanciarono una campagna di massacri e atrocita' in Darfur. (AGI)

20 agosto 2006

Non distogliere gli occhi da Maria


...Il Pontefice ha quindi concluso il suo discorso richiamando uno dei consigli più famosi di san Bernardo, la cui profonda devozione per la Vergine Maria gli valse il titolo di “Dottore mariano”.

“‘Nell’ondeggiare delle vicende di questo mondo, più che camminare per terra hai l’impressione di essere sballottato tra i marosi e le tempeste; non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella, se non vuoi essere inghiottito dalle onde… Guarda la stella, invoca Maria…’”.

“Se Lei ti protegge non hai paura, se Lei ti guida non ti affatichi, se Lei ti è propizia giungi alla meta’”, ha detto infine. [leggi tutto]

15 agosto 2006

15 Agosto in montagna

Fino al giorno prima solo pioggia...

ma il giorno dell'Assunta si dissolvono le nubi e arriva il sole...

scatta il picnic sul prato con i nonni...

e per finire scopro l'ebbrezza del volo sull'altalena!

L'Arca dell'Alleanza


San Luca, nel Vangelo ora ascoltato, con diversi accenni fa capire che Maria è la vera Arca dell'Alleanza, che il mistero del Tempio – l’inabitazione di Dio qui in terra – è adempiuto in Maria. In Maria realmente abita Dio, diventa presente qui in terra. Maria diventa la sua tenda. Quello che desiderano tutte le culture – che cioè Dio abiti tra di noi – si realizza qui. Sant’Agostino dice: "Prima di concepire il Signore nel corpo, lo aveva già concepito nell’anima". Aveva dato al Signore lo spazio della sua anima e così è divenuta realmente il vero Tempio dove Dio si è incarnato, è divenuto presente su questa terra. E così, essendo la dimora di Dio in terra, in lei è già preparata la sua dimora eterna, è già preparata questa dimora per sempre. E questo è tutto il contenuto del dogma dell’Assunzione di Maria alla gloria del cielo in corpo e anima, espresso qui in queste parole. Maria è "beata" perché è divenuta – totalmente, con corpo e anima e per sempre – la dimora del Signore. Se questo è vero, Maria non solamente, non semplicemente ci invita all’ammirazione, alla venerazione, ma ci guida, mostra la strada della vita a noi, ci mostra come noi possiamo divenire beati, trovare la strada della felicità. [leggi tutto]

09 agosto 2006

MARIA, MODELLO DI OGNI DONNA



Maria di Nazaret vista da Edith Stein



Attraverso la madre Edith Stein aveva conosciuto le grandi eroine di Israele: Debora, Giuditta, Ester e Maria, la sorella di Mosè. Però questa mai le parlò di Maria di Nazaret, la Madre di Gesù. E a Maria, la più grande donna ebrea, Edith giunge soltanto dopo la conversione.
Ebbene, è contemplando la condotta di Maria che Edith risolve tutti i problemi della donna: “Edith si sforza costantemente di orientare lo sguardo della donna verso il suo purissimo ideale, verso Maria, che è insieme schiava e madre. Parla di lei, non partendo da un punto di vista speculativo, dogmatico, ma come qualcuno che ha sperimentato l’amicizia di questa Madre ammirabile. (...). In Maria brilla in un modo chiarissimo questa maternità spirituale disinteressata e amabile. Per questo motivo Edith sceglie Maria come... per proporre alla donna un appoggio fermo in qualsiasi professione in cui si possa trovare” (Madre Teresa).

Per Edith Maria è “la” Donna autenticamente liberata, emancipata da ogni schiavitù, archetipo e modello di ogni donna. Ci troviamo certo nell’ordine “della grazia”, però esso non distrugge l’ordine della natura, ma lo suppone, lo perfeziona e lo eleva, non dal di fuori, ma partendo dall’intimo.[leggi tutto]

30 luglio 2006

L’ABBRONZATURA, IL LIFTING E LA “BELLA RAGAZZA” DI NAZARETH



Guardatevi attorno: tutto è un grido verso quel 15 agosto...

Sembra ieri che abbiamo vinto il campionato del mondo di calcio e già le belle bandiere tricolori messe a sventolare sulle finestre, sulle terrazze, nei bar o nei bagni al mare si sono scolorite. Erano così scintillanti. Ora sono inguardabili. Ne vedi alcune sfilacciate e strappate dal vento, altre consunte dal sole, altre ancora sporcate dalla pioggia. E’ incredibile come facciano presto, le bandiere, a sciuparsi. Tutte le bandiere. Non fai in tempo a crepare per loro che sono già diventate un cencio indecente. Da vessilli garruli e trionfanti in poco tempo diventano stracci tristi e smorti. E’ la parabola inevitabile delle cose. E anche dei sogni.

Eppure c’è una speranza. Splenderà proprio a Ferragosto e molti non se ne accorgeranno. E’ vero che le bandiere si consumano, i vestiti si sgualciscono, il giornale di ieri è già ingiallito e illeggibile, i campi di grano appena ieri pieni di spighe dorate, sembrano già steppe autunnali. I boschi cominciano a ingiallire e anche i fiori appassiscono. “Se son rose sfioriranno” dice una fulminante battuta di Montanelli. Una polvere impalpabile si posa incessantemente su tutte le cose. Guardi casa tua, ti sembra solida e robusta e invece ha bisogno di continua manutenzione, perché tutto invecchia e si guasta, si corrompe. Tutto tende al disordine, tutto decade e s’incasina, dice un fondamentale principio della fisica. Tutto si consuma.

Di solito evitiamo distrattamente di pensarci. Ma la prima cosa a decadere, consumarsi, guastarsi è il nostro stesso corpo. Osservare gli esseri umani sulla spiaggia, in questi giorni d’estate, è impressionante. Il vigore e la formosa armonia dei corpi giovani, orgogliosamente esibiti, fanno pensare alla scultura gotica, quella che rende leggero il marmo delle cattedrali e dà quasi la sensazione che lo proietti nel cielo vincendo la forza di gravità. Ma nel giro di qualche anno la forza di gravità si prenderà la sua rivincita: tutto cala, cade, si affloscia, si sforma, si usura. La terra chiama la terra verso di sé. Polvere sei e polvere tornerai. E allora cominciano i poderosi e continui lavori di manutenzione: tingere quei capelli imbiancati, tirar su quei glutei cadenti, stirare quelle rughe, consumare quel grasso in eccesso, cancellare quelle borse sotto gli occhi. Lavori interminabili, continui, costosi, instancabili come per tirar su ogni giorno un muro che la notte crolla. E poi la visita dall’oculista perché non si legge più bene senza occhiali e i capelli che cadono. E quei doloretti alle spalle.

Si tenta di fermare in ogni modo (vanamente) l’invecchiamento. Si vorrebbe fermare l’attimo come il Faust di Goethe, ma svaniscono perfino gli imperi millenari, figuriamoci i singoli. “Tutto al mondo passa e quasi orma non lascia”, avverte Leopardi. Gli attimi della vita quotidiana sembrano non passare mai, ma sono gli anni che corrono imperterriti. Implacabili. In un batter d’occhio. E un sottile strato di polvere copre tutte le cose. Quella noia impalpabile che alla fine ammoscia perfino gli amori più ardenti e gli ideali più infiammati. E’ il peso della natura decaduta. La forza di gravità.

D’altra parte perfino i giovani investono giornate e sforzi sovrumani nell’immane quanto vana opera di manutenzione: a “scolpirsi” in palestra, a profumarsi e abbronzarsi. Poveretti, è come costruire i castelli sulla sabbia, come scrivere un nome amato sul bagnasciuga, questo illusorio fuggire dall’offesa del tempo. In fin dei conti è della carnalità del nostro essere che abbiamo terrore. Tutto ci ricorda il suo continuo corrompersi. Sudare è segno del degrado biologico a cui siamo sottoposti, l’odore stesso del corpo deve essere bandito, la nostra società è asettica: è proibito sudare, i corpi devono emanare solo profumo, nulla che sia segno di putrefazione.

L’epoca apparentemente più “materialista” ed edonista, la nostra, in realtà ha orrore della carne. Siamo tutti gnostici senza saperlo. Lo dimostrano l’enorme crescita delle nostre spese per cosmetici e l’orrore che abbiamo per il corpo malato, per la carne sofferente. Lo sconvolgente crocifisso di Grunewald, il più drammatico di tutta la storia dell’arte, fu concepito dal pittore tedesco del Quattrocento per i malati di lebbra e di Fuoco di S. Antonio che affollavano quella cappella disperatamente per pregare, ritrovando sulle carne devastata del Dio-Uomo, le proprie stesse piaghe, il proprio strazio.

Alla fine gli unici trionfalmente “materialisti” restano i cristiani. “E’ una Carne che salva la carne”, diceva un padre della Chiesa come s. Ambrogio. Nei “Fratelli Karamazov” – ottima lettura per l’estate - Dostoevskij racconta la storia di un parricidio che è più di un parricidio. Il vecchio Fedor Pavlovic Karamazov, padre dei tre fratelli, esprime infatti al massimo la terrestre carnalità che ci fa orrore: viene descritto volgare e violento, meschino e cinico, un “misero buffone”. E’ fisicamente calvo, nasone, bocca larga, doppio mento. Provoca ripulsa fisica nei tre figli. Ma mentre Ivan e Dimitrij lo disprezzano apertamente, Alioscia si fa monaco e pensa di evitare l’odio della carne scegliendo lo spirito e scegliendo un “padre spirituale” come il santo starets Zosima. Però il monaco gli dà la lezione più importante morendo: il suo corpo infatti comincia subito a emanare cattivo odore. Alesa prima ne è scioccato, sconvolto, poi comprende che anche quel santo è fatto di carne come suo padre: esce dalla stanza, scoppia in un pianto dirotto e gettandosi a terra abbraccia tutto il creato. Comprende che la fede in Cristo non è una fuga nello spirituale, ma è la certezza sull’unico Dio che ha preso la carne umana e il suo dolore vincendo la forza di gravità della natura decaduta, che ha manifestato con i miracoli il suo dominio sul creato, sulla malattia e perfino sulla putrefazione della carne con la resurrezione.

Alioscia comprende che il destino dell’uomo non è la decomposizione buia e disperata del corpo e non è neanche solo la “salvezza dell’anima”, ma è la resurrezione della carne, la glorificazione di tutto il nostro essere e la “divinizzazione”. E capisce che questa forza è entrata nella storia e questa nuova storia è già cominciata. Con la prima creatura che vive già questa glorificazione della carne, questa eterna giovinezza, questa bellezza che non si corrompe e non passa: Maria.

Nel paesetto dove mi trovo, sulla costa toscana vicino a Bolgheri, la chiesina è in mezzo alla pineta, vicino al mare. La parrocchia celebra la sua festa il 15 agosto: l’Assunta, cioè l’Assunzione di Maria in cielo in corpo e anima. Così a ferragosto si porta in processione per le vie, normalmente popolate di gente in costume, alle prese con le guerre dei corpi, la raffigurazione della “Bella Ragazza” di Nazareth, del suo corpo che è già in Cielo, glorificato, del suo volto eternamente giovane, bellissimo. Come il suo cuore. I cristiani sono considerati strani soggetti. Ma in realtà danno corpo alla segreta speranza di tutti.

© “Libero” 25 luglio 2006

[Antonio Socci]

23 luglio 2006

I diritti di Israele: una prova per l’Occidente


Al di là delle differenti opinioni sulla nuova crisi in Medio Oriente, emerge che per gran parte del mondo il diritto di Israele all’esistenza è una variabile dipendente, non un principio inviolabile delle relazioni internazionali. Anche il nostro Occidente legittima pienamente non soltanto degli Stati che non hanno relazioni diplomatiche con Israele, ma si dicono pronti ad averle qualora sorgesse uno Stato palestinese, ma legittima anche quegli Stati e gruppi che hanno scatenato una guerra del terrore e predicano l’annientamento di Israele.
È una riflessione che s’impone quando da parte dei governi, dei parlamenti nazionali e dell’Unione Europea si deplora l’uso «eccessivo» della forza o la reazione «sproporzionata » di Israele, limitandosi a mettere a confronto un certo numero di israeliani uccisi contro un numero maggiore di vittime palestinesi e libanesi, l’impiego di aerei e lanciamissili contro kamikaze e razzi. Senza contestualizzare gli eventi bellici, citando en passant la volontà di distruggere Israele quasi si trattasse di uno dei tanti elementi della crisi. Finendo per mettere sullo stesso piano l’attentato terroristico sferrato da chi disconosce il diritto di Israele all’esistenza e la rappresaglia militare di chi difende il proprio diritto alla vita. E nella condanna indistinta della violenza e nell’appello generico alla pace, si finisce di fatto per legittimare il terrorismo. Occultandone la natura aggressiva, giustificandolo come «reazione» ai bombardamenti, nobilitandolo come «resistenza » all’occupazione. In questo clima saturo di disinformazione la realtà viene mistificata, i pregiudizi religiosi e ideologici nei confronti di Israele riesplodono con modalità e graduazioni diverse.
Ebbene, una corretta informazione fa emergere come l’inizio della crisi sia stato l’attentato terroristico compiuto il 25 giugno scorso da un commando di Hamas, partito da Gaza non più occupata, che ha ucciso due soldati israeliani e rapito un terzo. Un’iniziativa che ha voluto sabotare la speranza della ripresa del negoziato, riaffiorata dopo il vertice tra il presidente palestinese Abu Mazen e il premier israeliano Olmert a Petra il 22 giugno, sotto gli auspici del re giordano Abdallah II. Un copione già visto quando nell’ottobre del 1993 Hamas scatenò per la prima volta i suoi kamikaze sugli autobus a Gerusalemme e Tel Aviv per sabotare il nascente processo di pace siglato il 13 settembre 1993 a Camp David tra Arafat e Rabin. Successivamente alla rappresaglia militare israeliana a Gaza, è scattata la seconda fase della crisi. L’8 luglio i terroristi dell’Hezbollah sono penetrati in territorio israeliano, partendo dal Libano meridionale che non è più occupato dal 2000, uccidendo otto soldati e sequestrandone due. In questo caso si è trattato di un terrorismo su procura per scatenare un conflitto in Libano al fine di alleggerire la pressione della comunità internazionale nei confronti dell’Iran sulla questione del nucleare. Un copione simile a quello di Saddam, quando il 3 giugno 1982 commissionò a Abu Nidal l’uccisione dell’ambasciatore israeliano a Londra, Shlomo Argov, determinando la decisione israeliana di invadere il Libano il 6 giugno, al fine di distogliere l’attenzione dal massacro, con i gas chimici, di migliaia di soldati iraniani a un passo dalla presa di Bassora.
La legittimazione di Hamas, Hezbollah, Assad e Ahmadinejad viene accreditata sulla base del fatto che sono stati liberamente eletti dai rispettivi popoli. Ebbene, oggi è l’Occidente per primo, dal momento che è impegnato nella diffusione della democrazia nel mondo, a dover rispondere a un quesito fondamentale: può essere considerato democratico chi nega il diritto all’esistenza di Israele e pratica il terrorismo per distruggerlo? Ed è l’Occidente per primo, a circa 60 anni dall’Olocausto degli ebrei frutto del regime nazista andato anch’esso al potere democraticamente, a doversi pronunciare in modo inequivocabile sulla legittimità delle forze islamiche «democratiche» che stanno promuovendo una guerra volta a cancellare la patria degli ebrei dalla carta geografica. Ecco perché dovrebbe essere proprio l’Occidente a prendere l’iniziativa di accreditare sul piano del diritto internazionale che il diritto di Israele all’esistenza è un principio inalienabile e un valore incontrovertibile che sostanzia la democrazia. Che, pertanto, predicare e operare per la distruzione di Israele è un crimine contro l’umanità e una negazione della democrazia, che non può prescindere dal riconoscimento del diritto alla vita e alla libertà di tutti.
Magdi Allam

20 luglio 2006

C’è un piano: saldare Libano e Iraq

JUSTO LACUNZA BALDA

RAZZI SULLE CITTÀ della Galilea,
bombardamenti sul Libano.
Distruzione, macerie e morti
da una parte e dall’altra. Fuga
di civili ed evacuazione di migliaia
di turisti di ogni nazionalità.
Crollo dell’economia
libanese, appelli al cessate il
fuoco e ipotesi di invio di soldati
dell’Onu. La cronaca degli
ultimi giorni della crisi che
insanguina il Medio Oriente è
già molto drammatica e preoccupa
le opinioni pubbliche di
tutto il mondo. Ma il conflitto
in corso è soltanto l’occhio del
ciclone che si prepara. Che potrebbe
avere dimensioni più
vaste e più distruttive. Perché
sulla scena non ci sono soltanto
il primo ministro israeliano,
Olmert, e il leader di Hezbollah,
Nasrallah, che si sfidano e
si accusano a vicenda.
Due voci dal mondo sciita
infiammano le masse e gettano
legna sul fuoco della crisi. Il
leader iracheno della “Mahdi
Army”, Moqtada al-Sadr, ha
dichiarato a Najaf - era venerdì
14 luglio - che “gli iracheni
non rimarranno con le braccia
incrociate” perché il conflitto
del Libano “è colpa degli Stati
Uniti, la più grande potenza
straniera che appoggia Israele”.
Le sue parole sono un tentativo
di saldare la guerra in
Iraq a quella in Libano. E non
sono rimaste isolatei. A favore
di Hezbollah, nato nel 1982
per volontà dell’imam Khomeini
per sfidare lo Stato di
Israele, si è schierato immediatamente
l’Iran. Nel suo discorso
televisivo di domenica
16 luglio, l’ayatollah Ali Khamenei,
leader supremo della
Repubblica Islamica, ha dichiarato:
“Bush dice che Hezbollah
deve essere disarmato
ed è quello che l’America e
Israele vogliono. Ma non
accadrà mai… I sionisti
sono un un tumore infetto”.
Non c’è dubbio
che le dichiarazioni
dal pulpito sciita
rappresentano l’ispirazione
islamica
per i militanti di
Hamas e di Hezbollah.
La leadership
iraniana offre
anche la soluzione
per estirpare il “tumore
infetto”: continuare
la lotta contro
Israele fino alla
morte.
Le due prese di posizione
dell’Islam sciita,
quella di al-Sadr e quella
di Khamenei, puntano
in una unica direzione:
coinvolgere
il mondo musulmano
su scala
globale. Negli ultimi
anni gli isla-
mici di Hamas e di Hezbollah
hanno creato una rete internazionale
di supporto logistico,
di aiuti finanziari e di appoggi
di ogni genere alla loro causa
principale: distruggere Israele
sotto il paravento della difesa
dei diritti dei palestinesi. Con
le elezioni politiche, i due mo-
vimenti integralisti hanno trovato
anche uno spazio istituzionale
nei governi di Gaza e
del Libano. Questo ha permesso
ai falchi dei due movimenti
di far arrivare la sfida contro
Israele fino al conflitto militare
in corso. Diciamolo chiaramente:
si tratta di una guerra
armata, ormai dichiarata da
anni, contro lo Stato di Israele.
Secondo il progetto islamista
di Hamas e di Hezbollah,
Israele non ha diritto ad esistere.
Questo significa che
il futuro del popolo palestinese
non interessa ai
registi e agli esecutori
di questo piano di distruzione.
Hamas e
Hezbollah vogliono
che i palestinesi e gli
israeliani continuino
a farsi la guerra, a
combattere apertamente
e a distruggersi
a vicenda. Hamas e
Hezbollah si ostinano
a non voler capire - o
fanno finta di non capire -
che la nascita dello Stato palestinese
e il futuro di quel popolo
sono fondamentalmente
legati proprio all’esistenza
e al rispetto dello
Stato di Israele.
Questa è l’unica
realtà, forse amara
per molti ma salutare
per tutti, che con-
ta nel momento attuale. Nessuna
forza internazionale di
pace, nessuna mediazione politica,
nessuna voce potrà trovare
delle soluzioni giuste ed
eque senza riconoscere il diritto
dell’uno e dell’altro ad
esistere e a costruire il loro futuro
insieme.
Può sembrare una pazzia,
ma la pace nel Medio Oriente
non ha un’altra strada percorribile
se non quella di sostenere
contemporaneamente israeliani
e palestinesi. E per questo
i burattinai delle guerre sante,
i predicatori dell’odio razzista,
i sostenitori del terrore
programmato devono essere
sconfitti. Domani potrebbe essere
troppo tardi per il nostro
mondo esposto all’allagamento
del conflitto.
La ragione è semplice. I movimenti
Hamas e Hezbollah
sono in sintonia oggettiva con
al-Qaeda, onnipresente nel
mondo islamico, particolarmente
in Iraq e in Afghanistan.
Lo ha chiarito lo stesso Osama
bin Laden nella sua “dichiarazione
di guerra” dell’ormai
lontano 23 agosto 1996 che era
diretta contro “gli americani,
gli ebrei e i crociati”. Questi
collegamenti sembrano sfuggire
a molti leader occidentali.
Ma non tenerne conto potrebbe
rendere vane le loro proposte
di soluzioni per il futuro.

09 luglio 2006

La famiglia è fondata sul matrimonio indissolubile tra uomo e donna

Nella cultura attuale si esalta molto spesso la libertà dell'individuo inteso come soggetto autonomo, come se egli si facesse da solo e bastasse a sé stesso, al di fuori della sua relazione con gli altri come anche della sua responsabilità nei confronti degli altri. Si cerca di organizzare la vita sociale solo a partire da desideri soggettivi e mutevoli, senza riferimento alcuno ad una verità oggettiva previa come sono la dignità di ogni essere umano e i suoi doveri e diritti inalienabili al cui servizio deve mettersi ogni gruppo sociale.

La Chiesa non cessa di ricordare che la vera libertà dell'essere umano proviene dall’essere stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Perciò, l'educazione cristiana è educazione alla libertà e per la libertà. "Noi facciamo il bene non come schiavi che non sono liberi di fare diversamente, ma lo facciamo perché portiamo personalmente la responsabilità per il mondo; perché amiamo la verità e il bene, perché amiamo Dio stesso e quindi anche le sue creature. È questa la libertà vera, alla quale lo Spirito Santo vuole condurci" [Leggi tutto]

08 luglio 2006

Quando la Spagna «rossa» perseguitò i cristiani


Il 26 giugno scorso Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione dei decreti con cui si riconosce il martirio di 148 religiose e religiosi e di una laica, assassinati in Spagna tra il 1936 e il 1937 per mano dei comunisti-repubblicani al potere. Con questo atto la Chiesa ha inteso rendere l'ennesimo, doveroso tributo a chi ha testimoniato la fede cristiana subendo persecuzioni ed atrocità infinite, ancorché sconosciute ai più. L'opinione pubblica prevalente, infatti, sembra vieppiù ignorare quelle vicende, perché delle guerra civile spagnola si è sempre offerta (a partire dai testi scolastici) una visione unidirezionale di derivazione marxista, che addossava tutte le nefandezze alle falangi franchiste, fatalmente assolvendo da ogni colpa la fazione sinistrorsa. Fazione che invece si macchiò di una tra le più sanguinose persecuzioni attuate contro i cattolici nell'intera storia dell'umanità.

Tale persecuzione non trae origine dalla guerra civile, ma dalla ideologia marxista importata dall'Unione Sovietica. Ne è prova il fatto che ancor prima dell'inizio della guerra civile i rossi avevano già scatenato la lotta contro la Chiesa, facendo centinaia di martiri nelle zone di loro occupazione. Nel 1931, a Madrid, ad esempio, le 80 suore del convento della Visitazione erano state trucidate da una pattuglia delle Unità rivoluzionarie e il convento dato alle fiamme. Appresa questa notizia, il massone Manuel Azana, allora ministro repubblicano della guerra, aveva così commentato: «Bueno! Tutti i conventi e i religiosi della Spagna non valgono la vita di un solo repubblicano!».

Quando si scatena la guerra civile, affluiscono dall'estero vari contingenti armati, a partire dalle Brigate social-comuniste internazionali, tra le quali quella italiana capeggiata da Pietro Nenni. Nel diario di Nenni, riportato da Vittorio Messori su Avvenire del 9 marzo 2001, è scritto quanto segue: «Mi rammarico di non essere riuscito a sfondare le difese di Saragozza per poter fare pulizia del clero di quella città ed incendiare la grande Basilica della Madonna del Pilar». Ed è così che, poco alla volta, prende corpo la grande mattanza dei cattolici spagnoli. Nella lettera pastorale collettiva dei vescovi spagnoli del 1° luglio 1937 (ancora nel pieno della persecuzione) si leggono queste parole: «Non crediamo che nella storia del cristianesimo e nello spazio di poche settimane si sia dato un simile scatenarsi dell'odio contro Gesù Cristo e la sua sacra religione». Tanto grande è stata la sacrilega strage cui soggiacque la Spagna, che il Delegato dei Rossi spagnoli inviato al Congresso dei «Senza Dio», a Mosca, potè dire: «La Spagna ha superato di molto l'opera dei Soviet, poichè la Chiesa in Spagna è stata completamente annientata».

La persecuzione spagnola mietè quasi 7.000 martiri, molti dei quali vennero atrocemente torturati. Secondo recenti studi del vescovo di Merida-Badajoz, Antonio Montero, tra il luglio 1936 e l'aprile 1939, subirono il martirio 6.832 persone di cui 4.184 appartenenti al clero diocesano, 12 vescovi, 1 amministratore apostolico, 2.365 religiosi e 238 tra suore e seminaristi. Di questi 6.832 martiri, 238 sono stati beatificati. Le efferatezze dei «Rossi» spagnoli raggiunsero livelli raccapriccianti: si torturarono religiosi e laici, si demolirono chiese, si profanarono le tombe e i cimiteri, si fece scempio dei cadaveri dei Santi. Don Massimo Astrua, nel suo fondamentale libro Perseguiteranno anche voi - I martiri cristiani del 20° secolo (Mimep Docete), riporta la seguente testimonianza degli anziani contadini di Villacarrillo, in Andalusia: «Vennero i rossi e, lasciando le macchine sulla strada, salirono in paese a piedi. Qui presero con la forza i sacerdoti e alcuni uomini che avevano tentato di opporsi al loro arresto e li condussero giù, nel prato che dalla strada si distende verso il Guadilimar. Estrassero quindi dalle macchine alcune bottiglie di benzina e ne infilarono il collo in bocca ai malcapitati, per costringerli a ingoiarne qualche sorso. Le vittime si contorcevano in terra dal dolore. Allora alcuni miliziani portarono dei giornali a cui avevano appiccato il fuoco e li avvicinarono alla bocca dei martiri che subito esplosero come bombe».

Dei 6832 martiri spagnoli si ricordano in particolare le figure di Monsignor Florentino Asensio Barroso e quella del sacerdote Manuel Albert Gines. Monsignor Barroso era vescovo di Barbastro, una piccola cittadina dei Pirenei centrali; predicò nella sua cattedrale fino alla domenica 19 luglio 1936: il giorno dopo fu arrestato. La sera prima aveva detto ai suoi fedeli: «Bisogna essere pronti a tutto, anche al martirio». Dei suoi 139 preti diocesani, 113 furono martirizzati insieme a 5 seminaristi e alla totalità delle 3 Comunità religiose presenti in Diocesi. Quasi tutte le sue chiese vennero incendiate, saccheggiate o distrutte. Monsignor Barroso fu torturato, orrendamente mutilato e poi, legato con un filo di ferro, fu costretto a camminare fino al luogo della fucilazione, mentre i suoi torturatori lo schernivano. Morì perdonando i suoi persecutori. Manuel Gines fu arrestato insieme a 42 contadini, uomini e donne, nei dintorni di Calanda, paesino conosciuto per il miracolo, avvenuto quattro secoli prima, della Vergine del Pilar. Tra percosse ed insulti, furono tutti allineati lungo il muro del cimitero e subito fucilati perchè «rei confessi di essere cattolici praticanti».

Vincenzo Merlo

25 giugno 2006

Febbre da primo compleanno


Causa febbre alta Pechenito ha passato il suo compleanno solo con mamma, papa, nonna e zia.
La festa è rimandata a sabato prossimo con parenti e amici, siete tutti invitati!

23 giugno 2006

Accordo tra governo sudanese e una delle fazioni della guerriglia

AFRICA/SUDAN - Accordo tra governo sudanese e una delle fazioni della guerriglia per assicurare condizioni di sicurezza nel Darfur. Si tratta ancora per l’invio di una forza internazionale nella regione

Khartoum (Agenzia Fides)- Non si può inviare una forza di pace internazionale in Darfur, la regione dell’ovest del Sudan, nella quale da anni è in atto una sanguinosa guerra civile, senza il consenso del governo sudanese. Lo ha dichiarato il Vice Segretario generale delle Nazioni Unite, Jean Marie Guehenno al termine di una missione a Khartoum. Guehenno è a capo di una missione congiunta dell’ONU e dell’Unione Africana con lo scopo di valutare i bisogni di una futura forza internazionale nel Darfur. Anche il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan aveva ribadito che le Nazioni Uniti non vogliono imporre quello che apparirebbe come un potere coloniale a un Paese membro.
L’invio di una forza militare internazionale per proteggere la popolazione civile è sponsorizzato dall’ONU , dagli Stati Uniti e da diversi Paesi occidentali. Khartoum si oppone e propone l’invio di un forte contingente del nuovo esercito sudanese, formato anche da elementi della ex guerriglia del sud Sudan. In base alle intese firmate nel 2005 dal governo sudanese e dal Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLM), vengono integrati nell’esercito regolare sudanese una parte dei combattenti del SPLM. Il nuovo esercito dovrebbe garantire una maggiore imparzialità nei confronti delle diverse fratture etniche e religiose che attraversano il Paese.
Mentre la comunità internazionale e il governo sudanese continuano a dibattere per l’invio di una missione di pace nella tormentata regione, è stato raggiunto un accordo per migliorare le condizioni di sicurezza nell’area tra l’esecutivo di Khartoum e la fazione dei ribelli del Darfur che all’inizio di maggio aveva sottoscritto un’intesa di pace (vedi Fides 5 maggio 2006).
La nuova intesa è stata raggiunta con la mediazione del governo olandese che ha promesso di fornire aiuti per la ricostruzione del Darfur nel momento in cui le condizioni di sicurezza lo permetteranno. L’accordo è stato sottoscritto dalla fazione dell’Esercito di Liberazione del Sudan (SLA) guidata da Minni Arcua Minnavi. Questi appartiene all’etnia zaghawa, che rappresenta l’8% della popolazione del Darfur. L’etnia zaghawa è divisa tra il SLA e il Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza, che non ha però firmato gli accordi di maggio e che chiede un Darfur autonomo. Minni, che si era autoproclamato Segretario Generale del SLA, aveva preso il potere nel movimento estromettendo il rivale interno, Abd el Wahab. Da allora le due fazioni del SLA si affrontano militarmente, aggiungendo violenza alla violenza. Infatti, nonostante la tregua sottoscritta a maggio, le milizie filogovernative “janjaweed” continuano ad attaccare la popolazione civile.
Il conflitto rischia di allargarsi al confinante Ciad dove oltre 200mila abitanti della regione vivono in campi per rifugiati. I “janjaweed” infatti conducono incursioni in territorio ciadiano contro i campi di rifugiati, da dove, peraltro, i movimenti ribelli attingono nuove reclute da inserire nelle proprie fila. (L.M.) (Agenzia Fides 23/6/2006 righe 38 parole 490)

Esportazioni di armi dalla Cina


Secondo un rapporto diffuso oggi da Amnesty International, dietro una cortina di segretezza la Cina sta rapidamente emergendo come uno dei più grandi e irresponsabili esportatori di armi.

Le armi cinesi stanno contribuendo ad alimentare conflitti brutali, criminalità e gravi violazioni dei diritti umani in paesi quali Sudan, Nepal, Myanmar e Sudafrica. Il rapporto rivela il possibile coinvolgimento di aziende occidentali nella produzione di alcuni tipi d’armamento.

Pechino definisce la propria politica di autorizzazione all’export di armi “cauta e responsabile”, ma la realtà non potrebbe essere più diversa. La Cina è l’unico paese, tra i grandi esportatori di armi, a non aver sottoscritto neanche uno degli accordi multilaterali che vietano il trasferimento di armi che potrebbero essere usate per commettere gravi violazioni dei diritti umani.

L’export cinese di armi, la cui stima si aggira almeno intorno a un miliardo di dollari l’anno, prevede spesso lo scambio di armi con materie prime che aiutino la rapida crescita economica del paese asiatico. Questo commercio è avvolto dal segreto: il governo di Pechino non pubblica alcuna informazione sui trasferimenti di armi all’estero e da otto anni non fornisce dati al Registro delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali.

Il rapporto di Amnesty International contiene diversi esempi di esportazioni irresponsabili di armi da parte della Cina, tra cui:

- l’invio, nell’agosto 2005, di oltre 200 veicoli militari (equipaggiati con motori diesel Cummings, di produzione statunitense) al Sudan, nonostante gli Usa mantengano in vigore un embargo sulla fornitura di armi sia verso la Cina che verso il paese africano e nonostante veicoli del genere fossero stati usati per l’uccisione e il sequestro di civili nel Darfur;

- le regolari forniture al regime militare di Myanmar, tra cui 400 veicoli militari consegnati nell’agosto 2005 all’esercito di questo paese, responsabile di torture, uccisioni ed espulsioni di centinaia di migliaia di civili;

- le esportazioni verso il Nepal, per tutto il 2005 e l’inizio del 2006, tra cui un accordo per la consegna di circa 25.000 fucili e 18.000 granate alle forze di sicurezza di quel paese, all’epoca responsabili di una brutale repressione nei confronti di migliaia di pacifici dimostranti;

- il crescente traffico illegale di pistole Norinco “made in China” destinate in Australia, Malaysia, Thailandia e soprattutto Sudafrica, dove sono comunemente usate per compiere rapine, stupri e altri reati.

Secondo Amnesty International, è veramente giunto il momento che la Cina, in quanto grande esportatore di armi e membro permanente del Consiglio di Sicurezza, inizi a rispettare i propri obblighi di diritto internazionale. Il governo di Pechino deve introdurre leggi e regolamenti che impediscano trasferimenti di armi che potrebbero essere usate per commettere gravi violazioni dei diritti umani o del diritto umanitario.

Amnesty International chiede inoltre alla Cina di rendere noti ogni anno i dati sulle autorizzazioni all’esportazione e sulle consegne effettuate, e di sostenere la proposta di un Trattato internazionale sul commercio di armi avanzata dalla campagna mondiale Control Arms, promossa oltre che da Amnesty International, da Oxfam e dalla Rete internazionale d’azione sulle armi leggere (Iansa).

Fino a quando la Cina continuerà a consentire l’invio di armi agli autori di gravi violazioni dei diritti umani, afferma Amnesty International, la comunità internazionale dovrà rafforzare le norme sulle joint-ventures con la Cina riguardanti tecnologia militare e a doppio uso, nonché l’applicazione degli embarghi sulle armi nei confronti di Pechino, come quelli imposti dall’Unione europea e dagli Usa.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 12 giugno 2006

20 giugno 2006

La bomba Africa una realtà ignorata

Franz GUSTINCICH
L'Africa è alle porte dell'Europa, ma nessuno sembra accorgersene. Dal terrorismo al petrolio, dalle guerre ai traffici di diamanti, dalla violenza all'AIDS, gli africani in fuga dal proprio continente potrebbero essere molti di più. Eppure non è l'emigrazione, per il momento, la minaccia diretta alla sicurezza dell'Europa. Un'ampia panoramica sulla situazione africana e sui problemi che potrebbe esportare.Migliaia di chilometri, dalle coste atlantiche del Sahara al corno d'Africa, sono il terreno dove i terroristi islamici, ben finanziati e ben armati, si stanno nascondendo e facendo proseliti. Niger, Ciad, Mauritania, Algeria, Mali e Senegal: è in questi Paesi che Emad Abdelwahid Ahmed Alwan, amico di Ayman Al Zawahiri, medico e braccio destro di bin Laden, esercitava il suo potere sul terrorismo radicale islamico prima di venir ucciso dalle forze speciali algerine nel 2002, mentre stava progettando un attacco all'ambasciata americana di Bamako, capitale del Mali.È dall'Algeria che ha inizio l'espansione del terrorismo islamico nella regione sahariana, ma paradossalmente la causa è proprio la sconfitta del cruentissimo GIA, il gruppo islamico armato che ha seminato sangue e terrore nel Paese. Con la riduzione del GIA a poche decine di uomini nascosti in villaggi isolati e scarsamente operativi, il Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento (GSPC), erede del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) e feroce rivale del GIA, ha finito col prendere il controllo dell'integralismo nella regione. Il GSPC ha anche allargato i propri orizzonti in un'ampia porzione di Africa Settentrionale costituendo un ramo dell'organizzazione "sahariano-saheliano". Capo del GSPC sahariano-saheliano è Abdelrezak Amara Saifi, detto El Parà per il suo passato di paracadutista. Ricercato anche in Italia per i legami con i terroristi arrestati a Reggio Emilia, lo scorso anno, è attualmente prigioniero dei ribelli del Movimento per la Democrazia e la Giustizia in Ciad. Satelliti ed altri sistemi di elint sono stati puntati sulla regione a sostegno della Pan Sahel Initiative (PSI), un programma del governo USA che mira a rafforzare le capacità militari, di polizia, antiterrorismo e di intelligence dell'area. La cooperazione della PSI con i governi nord-africani è eccellente: essi vedono nell'Initiative l'occasione di rinnovare esercito e polizia a spese degli USA, ma la lotta non sarà facile. Fino ad ora il GSPC ha dato prova di un'alta capacità operativa, abbattendo persino alcuni elicotteri ed alcuni droni algerini, disponendo di armi e mezzi di comunicazione sofisticati. Informazioni dell'intelligence francese sostengono che alcune centinaia di appartenenti al GSPC divisi in piccoli nuclei avrebbero l'intenzione di provocare conflitti in Guinea, Senegal, Liberia, Costa d'Avorio, Sierra Leone e sarebbero in movimento per impedire il raggiungimento della pace nella regione sudanese del Darfur.
[continua]

18 giugno 2006

Aderisci a "Italian Blogs for Darfur"

Italian Blogs for Darfur
Nel Darfur si continua a morire, anche dopo la firma del trattato di pace. Ma di tutto questo, nei nostri telegiornali, non si sente parlare. Imperversa lo scandalo del calcio, ma non c'è traccia dei 300.000 morti nel Darfur...
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Scrivi il tuo nome e l'indirizzo e-mail, e con UN CLICK invierai un messaggio a tutte le maggiori
emittenti italiane per richiedere loro che venga concesso più spazio ai tragici avvenimenti de Darfur, Sudan.
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IL MODULO/THE FORM
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Take action!
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Aderisci a IB4D

11 giugno 2006

Festa della Trinità

"Nel suo istante immutabile di vita divina, Dio fa dentro di se –fare che in lui è essere- tre cose: contemplarsi, esprimersi ed amarsi; e ciò lo fa in tale perfezione che ciascuna di queste attività è persona, e per questo Dio è Tre in persone e Uno in essenza."

MADRE TRINIDAD DE LA SANTA MADRE IGLESIA

09 giugno 2006

Notte prima dei mondiali

Il nostro sogno più bello...



...e i nostri incubi peggiori

04 giugno 2006

Pentecoste



Vieni, Santo Spirito manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto; ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. 0 luce beatissima, invadi nell'intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza nulla è nell'uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.[continua]

L'Italia finanzierà sperimenti su embrioni all'estero














Il Ministro dell'Università Mussi ha ritirato, come sappiamo, l'adesione dell'Italia ad una "dichiarazione etica" sulle cellule staminali embrionali. E' stata un'azione politica sciagurata, cinica e vigliaccamente autoritaria, con gravi conseguenze concrete immediate.
Il testo della dichiarazione lo potete trovare qui, [i paragrafi da leggere sono il 5 e il 6 dell'allegato], a pag. 14 e 15.

Essenzialmente viene detto che Italia, Germania, Austria, Slovacchia, Polonia, Malta:

1. "Non possono tuttavia accettare che attività comportanti la distruzione di embrioni umani possano beneficiare di un finanziamento a titolo del settimo programma quadro di ricerca. Le suddette delegazioni invitano pertanto la Commissione ad abbandonare i progetti relativi all'ammissibilità al finanziamento di attività di ricerca che prevedano la distruzione di embrioni umani."

2. "ritengono inoltre che l'approccio previsto dal settimo programma quadro di ricerca e dai programmi specifici non tenga sufficientemente conto del potenziale terapeutico delle cellule staminali umane adulte e chiedono, di conseguenza, che si assuma a livello comunitario l'impegno di rafforzare la ricerca sulle tali cellule."

3. "ritengono che si dovrebbe lasciare ai singoli Stati membri la facoltà di decidere se sostenere o meno le azioni di ricerca comportanti la distruzione di embrioni umani."

Questi paesi, insieme al Lussemburgo, raccolgono 105 voti nel Consiglio d'Europa, 15 in più del limite per la minoranza di blocco. Senza l'Italia i voti sono 76, al di sotto del limite di blocco, per cui di fatto si apre alla possibilità di finanziamento alla ricerca delle cellule staminali embrionali nell'ambito del settimo programma quadro, cioè un programma di ricerca con 54 miliardi di euro, deciso dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell'Unione Europea. (i programmi quadro vengono approvati con maggioranze qualificate, che richiedono più voti del 50%+1: i voti necessari arrivano fino a due terzi dei votanti. Quindi una minoranza, pur restando minoranza, può impedire il raggiungimento della maggioranza qualificata, bloccandola).

Con questa dichiarazione l'Italia e gli altri paesi della dichiarazione dicevano: uno stato vuole fare ricerca distruggendo embrioni? Faccia pure, usando solo i suoi soldi, però, e non i nostri, che questa ricerca non la vogliamo finanziare. Mussi quindi, di sua spontanea volontà, ha dichiarato quello che il popolo italiano ha rifiutato, e cioè di finanziare, anche con soldi italiani, ricerche che distruggano embrioni.

Altro che esternazione! E' un atto politico, arrogante e violento, perchè non tiene conto minimamente dell'esito del referendum sulla fecondazione artificiale, ed è un contributo fondamentale ad indirizzare i fondi europei a questo tipo di ricerche.

Il ministro di sinistra fa la felicità delle multinazionali delle biotecnologie, in difficoltà da tempo, perchè sono stati fatti grandi investimenti sulle cellule staminali embrionali, con nessun risultato. Adesso arriveranno fondi pubblici europei, in quantità, se il Parlamento Europeo, il 15 giugno, non si pronunci diversamente. E non mi si venga a dire che al governo non lo sapevano. Non è possibile che un ministro compia un'azione così importante in totale autonomia, soprattutto se è in un governo guidato da uno come Prodi, che dei meccanismi dell'Unione Europea ne sa qualcosa.

A conferma di questo, oggi (domenica) in un'intervista sul Corriere della Rosa, Fassino difende Mussi, mentendo spudoratamente: "Con una decisione di buon senso ha rimosso il veto italiano che impediva agli altri paesi europei di condurre la ricerca sulle staminali". Ma quale veto? Ogni stato era ed è - ovviamente! - libero di farsi le ricerche che vuole, con i propri soldi!

E sulla legge sulla fecondazione artificiale Fassino ha dichiarato:

"La legge va rivisitata. E' vero che c'è stato un referendum. Ma, a parte il fatto che non essendo stato raggiunto il quorum non è stato possibile conoscere l'effettiva volontà della maggioranza degli italiani, in ogni caso il referendum non ha risolto tutti gli interrogativi e i dubbi che la legge pone. Confrontiamoci con spirito libero tra maggioranza e opposizione, per vedere come migliorarla. Resto convinto che sulle questioni etiche sia meglio non creare spaccature e divisioni, che si debba ricercare il consenso più vasto possibile".

CIOE' PER NON FARE SPACCATURE CAMBIAMO LA LEGGE 40, E CHISSENEFREGA DEL 75% DEGLI ITALIANI CHE NON E' ANDATO A VOTARE!

Ringraziamo innanzitutto i cattolici adulti che votando il loro collega Prodi gli hanno permesso di andare a governare.

Tratto dal sito di Assuntina Morresi